Duecentocinquantatré anni e sei mesi di carcere complessivi per uomini e donne del clan Gionta. È la richiesta del pubblico ministero Valentina Sincero al termine della requisitoria nel processo che vede imputate diciannove persone ritenute affiliate o vicine allo storico sodalizio criminale di Torre Annunziata. Una requisitoria durata oltre tre ore, durante la quale il magistrato della Dda ha ricostruito gerarchie, dinamiche interne e interessi economici del clan, soffermandosi soprattutto sul ruolo di Gemma Donnarumma, moglie del superboss Valentino Gionta. Per lei il pm ha chiesto 18 anni di reclusione, definendola «capo promotore» e «mente strategica del clan».

Torre Annunziata, intervista a Paolo Siani: «Troppi anni persi, svolta possibile solo togliendo i ragazzi dalla strada»Secondo l’accusa, lady Gionta avrebbe diretto le attività dell’organizzazione esercitando un ruolo centrale nelle estorsioni e nella gestione degli affari criminali. «Agiva come un vero e proprio capo, piegando personalmente le vittime delle estorsioni», è una delle contestazioni richiamate nel corso della requisitoria. Una figura che gli investigatori consideravano già decisiva nel 2022, subito dopo la sua scarcerazione dal carcere di Sassari, dove era detenuta al regime del 41 bis. All’epoca la Dia lanciò un allarme preciso: «È già al comando del clan», scrivevano gli investigatori nelle informative confluite poi nell’inchiesta. I pentiti Il procedimento nasce da una vasta attività investigativa costruita attraverso intercettazioni, sequestri di documenti e soprattutto le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Pietro Izzo, Salvatore Buonocore e Giancarlo De Angelis. Proprio Buonocore e De Angelis sono stati ascoltati anche in incidente probatorio e le loro dichiarazioni sono considerate dalla procura uno dei pilastri dell’impianto accusatorio. Buonocore era ritenuto dagli inquirenti un «perfetto conoscitore delle dinamiche del clan Gionta». In particolare una intercettazione del gennaio 2025 viene ritenuta centrale per comprendere il clima interno all’organizzazione e i timori legati ai possibili collaboratori di giustizia. In una conversazione acquisita agli atti si sente infatti dire: «Li inguaio tutti quanti, Tatore conosce tutti i c...i, ci inguaia a tutti quanti». Gli investigatori hanno ricostruito anche episodi di violenza e intimidazione interni al gruppo criminale. In un caso si fa riferimento a un uomo sequestrato e picchiato perché sospettato di poter rivelare informazioni agli investigatori. Uno degli elementi più importanti dell’inchiesta riguarda il ritrovamento di diciotto «pizzini» sequestrati il giorno degli arresti insieme a 11mila euro in contanti. Quei foglietti manoscritti, secondo la procura, rappresentavano la vera e propria contabilità del clan: appunti con cifre, nomi, somme da incassare, riferimenti alle piazze di spaccio, ai proventi dell’usura e delle estorsioni, fino alle indicazioni sui luoghi dove nascondere armi e droga. Per l’accusa, autore materiale di molti di quei «pizzini» sarebbe stato Alfredo Savino, indicato come uno dei vertici operativi dell’organizzazione. Giancarlo De Angelis, invece, avrebbe avuto il compito di riscuotere denaro per conto del clan. Lo stesso De Angelis, secondo quanto emerso dalle intercettazioni, avrebbe deciso di iniziare il percorso di collaborazione con la giustizia dopo aver compreso di essere ormai «spacciato» e con l’obiettivo di garantire un futuro diverso ai propri figli. Pesanti le richieste di pena avanzate dalla procura. Diciotto anni sono stati chiesti per Gemma Donnarumma, Gaetano Amoruso detto «Nanetto» o «Recchiarella», Pasquale Romito detto «o turc» e Alfredo Savino. Quindici anni richiesti invece per Michele Guarro, Amedeo Rosario Mas detto «o castellon», Carmine Mariano Savino, Massimo Savino, Fabiano Tammaro e Raffaele Uliano. Dodici anni per Raimondo Bonfini, Alfredo Della Grotta, Enrico Donnarumma e Salvatore Ferraro detto «o capitan». Chiesti inoltre 9 anni e 6 mesi per Giancarlo De Angelis, 8 anni per il collaboratore Salvatore Buonocore e 7 anni per Michele Mas e Luigi Di Martino. La prossima udienza è fissata per la fine di giugno, quando il tribunale dovrebbe emettere la sentenza di primo grado. Un passaggio cruciale in un procedimento che la Dda considera uno dei più importanti degli ultimi anni contro il clan Gionta, organizzazione criminale che per decenni ha segnato con violenza, estorsioni e traffici illeciti la storia di Torre Annunziata.