Come volevasi dimostrare, i dati presentati dall’Associazione italiana editori al Salone del Libro di Torino sull’andamento del mercato nei primi quattro mesi dell’anno hanno confermato quello che già si sapeva: il bonus biblioteche elargito dal governo Meloni ha consentito di mettere l’agognato «segno più» sulle vendite, tanto che – udite, udite! – l’Italia, dopo la sempre secchiona Spagna, è il paese europeo dove le cose sono andate meglio in questo periodo. (Il che di certo rallegra, ma dovrebbe indurre qualche dubbio sullo stato dell’editoria internazionale).

E altrettanto prevedibilmente, a crescere sono soprattutto i romanzi, in particolare quelli di genere (i rosa più di tutti, e poi gialli, noir, fantasy…), e i testi per l’infanzia, segno che i genitori sono ancora propensi a regalare libri ai figli, forse un po’ meno a dare l’esempio come avidi lettori. In ogni caso scende, quando non sprofonda, tutta la non-fiction – e di nuovo non è una sorpresa né una novità, anche se questa volta il presidente dell’Aie Innocenzo Cipolletta ha ritenuto opportuno dedicare al calo della saggistica parole molto accorate: «Rispetto al 2019 siamo a meno 11%, e peggio ancora fa il settore universitario (-7,6% nel 2025 rispetto al 2024), perché negli atenei si sta diffondendo un sapere fragile, costruito attraverso lo studio di compendi, dispense e riassunti generati con l’intelligenza artificiale». Pura e malinconica verità, come sa chiunque frequenti anche poco le aule universitarie, ma il sospetto è che questo «sapere fragile» non riguardi solo la saggistica, peraltro in crisi dappertutto, e sia in qualche modo l’effetto di strategie editoriali precise.