Una betulla a tre tronchi – in un cerchio metallico con una fontanella geometrica di fronte – è la sintesi viva dell’opera di Remo Salvadori, scomparso l’altro ieri all’età di 79 anni. Aveva piantato il germoglio, circa dieci anni fa, nel cortile della Galleria Christian Stein a Pero, misurando la relazione tra artificio e natura, tempo e spazio. Battitore libero, Salvadori attraversa gli anni Settanta senza uniformarsi né al concettuale né all’arte povera. Rimane in quella zona autonoma, tra forma e spiritualità, dove gravitano anche figure come Ettore Spalletti e Marco Bagnoli.

IL CERCHIO, il quadrato, il triangolo ricorrono in tutto il suo percorso, tra la terra, le stelle e le tazze colorate. Usa i metalli come conduttori di energia, soggetti vivi e attivi, così come lo erano per Joseph Beuys. Continuo infinito presente (1985) è il concetto incarnato nei cavi d’acciaio intrecciati a formare cerchi perfetti. «Il cerchio è un’interrogazione permanente ed è un autore superiore», diceva. L’astrazione del reale, i simboli cosmici e la geometria, vengono da lui elaborati come alchimia, processo esoterico, enigma. Il silenzio si impone nelle sue opere ambientali anche quando vengono sollevate dal canto aulico della figlia Olivia nella creazione di spazi metafisici. «Siamo vigili nel nostro vedere?», si chiede. Un esercito di cavalletti da fotografo solleva una necessaria riflessione sullo sguardo, il punto di vista, l’occhio. Non voltatevi indietro, suggerisce. Oro, stagno, ferro, mercurio, argento, rame, sono i materiali usati nella bidimensione in un’idea anti-monumentale. Per Francesca Pasini, «Remo aveva la capacità di essere presente, ripetere il presente e vedere la difficoltà del presente. L’intaglio e il ripiego del piombo, ripetuti, erano espressione da un lato di un tempo sconfinato e dall’altro dell’unico tempo possibile: questo!».