Il caso Zapatero continua a riempire i giornali spagnoli ed è un duro colpo per il governo Sánchez.
Una cosa è gestire le sconfitte elettorali regionali – attese – davanti a un partito popolare indebolito, ben diverso è affrontare accuse sostanzialmente di corruzione per il simbolo di tutto quello che c’è di difendibile nel Psoe degli ultimi 25 anni: il vecchio ZP. A capo dell’unico governo senza neppure un ministro imputato. Un governo che ha tolto la Spagna dalla guerra sporca di Bush in Iraq. Che ha regalato una stagione di diritti civili. Che ha posto fine al terrorismo dell’Eta. E che è caduto solo davanti all’esplosione della crisi del 2008. Un ex presidente che ha abbracciato con convinzione Pedro Sánchez (che non aveva appoggiato all’inizio) quando sarebbe potuto rimanere in secondo piano. Un uomo anche molto criticato a suo tempo, ma considerato onesto e in buona fede non solo nel partito socialista, ma anche in molti altri partiti (soprattutto a sinistra).
Ieri Sánchez ha dovuto affrontare, come tutti i mercoledì, il question time al Congresso, tutto centrato su questo caso. Il premier ha difeso la figura del suo predecessore, ha invocato prudenza e la presunzione di innocenza, ma non si è spinto a criticare il giudice istruttore. La lettura degli atti ha fatto capire che stavolta esistono elementi oggettivi che andranno valutati, e non è il solito caso di lawfare. Anche i soci parlamentari hanno abbassato sensibilmente il tono. Gabriel Rufián di Esquerra Republicana, che ha difeso sempre Zapatero, ha espresso in aula i suoi dubbi: «Se è vero», ha detto riferendosi all’inchiesta, «è una merda, e se non lo è, è una merda ancora più grande».











