Matteo Salvini non è uno che si debba prendere alla lettera. Da questo punto di vista, nel panorama della politica mondiale, compete solo con il suo presidenziale idolo americano. Però è pur sempre il vicepremier nonché leader del secondo partito di maggioranza. Se butta là come se niente fosse che la legislatura potrebbe non arrivare a scadenza naturale la cosa ha comunque un certo rilievo e in questo caso proprio non si può parlare di interpretazione tendenziosa: «Non lo so, dipende anche dai fattori economici. Oggi abbiamo inflazione, caro spesa, caro bollette ed è normale che la fiducia dei cittadini cali». Magari poco credibile, ma di minaccia si tratta e del resto il capo dei senatori leghisti Romeo rincara ironizzando su uno dei cavalli di battaglia privilegiati della premier: «Non è che vai in giro a dire che è il governo più longevo e uno lo vota per questo. Lo vota perché ha fatto le cose per i cittadini».
CROSETTO, palesemente infastidito, commenta bofonchiando: «Fino a quando devo servire il Paese lo servo». Tajani smentisce trafelato: «La legislatura arriverà a scadenza naturale». La premier coccola in silenzio la propria comprensibile furia. Di rischi non ce ne sono: persino se il capitano facesse sul serio, la Lega non potrebbe permettersi di far saltare il banco. Comunque, a chiarire che diceva per dire ci pensa lui stesso: «Voglio precisare e ribadire che il nostro obiettivo è assolutamente arrivare a fine legislatura. Nemmeno un giorno voglio perdere!». Non è un caso allarmante di sdoppiamento di personalità, come sarebbe lecito supporre. È l’ennesima e ormai quotidiana reazione scomposta e sgangherata a una situazione che politicamente è per Salvini drammatica davvero. È comprensibile che non voglia aspettare immobile che cali la mannaia pendente sul suo collo.








