Due grandi registi per un'altra giornata soddisfacente. Ma se lo spagnolo tende ormai a ripetersi in trame e temi simili, il russo entra a gamba tesa contro la guerra di Putin e di quelli che la rendono possibile.
AMARGA NAVIDAD di Pedro Almodóvar (Concorso) - Sappiamo bene che da tempo Pedro Almodóvar ha smesso i panni del regista provocatorio, insolente, camp, da tacchi a spillo e donne sull’orlo di una crisi di nervi. Il senso del tempo che passa, la sensazione del corpo che invita la malattia, la morte che si avvicina, la crisi creativa hanno ridisegnato il suo stile: non più barocco e scoppiettante, ma compassato, nostalgico, melò. D’altronde anche la Spagna, da quel giorno in cui il regista si affacciò a Madrid per tentare di avviarsi al cinema è assai cambiata e l’euforia del dopo Franco e della libertà ritrovata ora sta in sintonia con i nostri giorni, con quell’Europa frantumata nel suo sogno. Sappiamo infine che abbiamo accettato il cambiamento dallo sguardo irriverente, perché a una certa età le cose si vedono in altro modo e tutto assume un altro senso. Ora però con “Amarga navidad”, appena passato in Concorso a Cannes e in sala anche in Italia, che resta comunque un bel film, mostra una certa insistenza nel raccontare un po’ sempre la stessa cosa: il passato della gioventù, la nostalgia, la malattia, la morte, la crisi creativa, rimbalzando di opera in opera, almeno da "Julieta” (2016), ma soprattutto da “Dolor y gloria” (2019), vale a dire a distanza ravvicinata. Questo denota una certa ossessione che porta Almodóvar in una specie di stallo, dove acquietarsi diventa anche un ormeggio. Stavolta il film ha un doppio spazio temporale e uno doppio narrativo. Il primo risale al 2004, l’altro a oggi. In quella data veniamo a conoscenza di Elsa, una regista ora purtroppo pubblicitaria, colpita da forti emicranie, portata in ospedale dal suo uomo, Beau, che fa il pompiere, ma che quando l’ha conosciuto arrotondava lo stipendio come stripper. Elsa ha perso da poco la madre e forse lo stress arriva anche da questo. Nel frattempo cerca lo stimolo giusto per iniziare finalmente un suo nuovo film, la cui trama fa forza su due sue amiche, una in crisi col marito e una per la perdita del figlio. A questo punto entra in campo il secondo segmento narrativo, dato che tutto questo, storie e personaggi, è il frutto di una fantasia di Raùl, un regista gay in crisi, ai giorni nostri, i cui riferimenti inventati si rivelano essere invece ben presenti nella sua vita. Il cortocircuito è assicurato e la doppia situazione di disagio, vera e inventata, si alterna sullo schermo. Almodóvar ha il pregio di rendere fluida e appassionante questa “confusione”, dando all’impianto metacinematografico (noi vediamo il film di Raùl che si forma durante la sua scrittura, un po’ come avviene in un altro film in gara a Cannes, quello di Farhadi) e costruendo ancora una volta il ponte tra arte e vita, costantemente messo in parallelo, dove emerge il quesito morale se sia lecito cibarsi delle storie vere che si conoscono, per spacciarle come frutto della fantasia. Voto: 6,5.










