Quando lo scorso 28 febbraio gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato la seconda operazione militare contro le infrastrutture militari e nucleari iraniane (dopo la precedente operazione a giugno 2025), le prospettive dell’economia russa erano particolarmente fosche. I proventi petroliferi erano crollati, il prezzo dell’Urals si aggirava intorno ai 52 dollari al barile, ben al di sotto dei 59 necessari per pareggiare il bilancio 2026, e dal gennaio 2026 l’UE aveva ulteriormente abbassato il price cap per il petrolio russo a 44,10 dollari.

Poi, uno spiraglio. La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran ha tolto dal mercato circa 14 milioni di barili al giorno, la più grande interruzione di forniture nella storia del mercato petrolifero globale, secondo la stessa Agenzia Internazionale dell’Energia. Di conseguenza, il Brent è salito da circa 72 dollari pre-conflitto a quasi 120 al picco, con un rimbalzo del 51% nel solo mese di marzo: uno dei maggiori aumenti mensili mai registrati. Washington, nel tentativo di attutire l’impatto della sua operazione iraniana sul mercato energetico globale, ha allentato temporaneamente le restrizioni sulle esportazioni di greggio russo. Grazie alla combinazione dei tagli all’offerta energetica, aumento dei prezzi globali del petrolio e allentamento delle sanzioni contro la Russia, nel giro di tre settimane dall’inizio del conflitto, i ricavi petroliferi di Mosca sono raddoppiati rispetto al mese precedente.