Parlare con Vladimir Putin ormai non è più un tabù nell’Ue. Già, ma per dire cosa? Dopo le aperture del presidente Antonio Costa nel giorno della Festa dell’Europa, ricambiate in quello stesso 9 maggio dallo stesso capo del Cremlino che si è detto disponibile, i 27 si sono inceppati sul contenuto della conversazione. Prima dei nomi, dicono a Bruxelles, “dobbiamo decidere cosa andiamo a dire a Mosca”.

Su questo punto, è prevedibile, si scontrano le diverse sensibilità tra i paesi europei più vicini alla Russia, e dunque più spaventati dalla minaccia militare di Mosca, e quelli più lontani, semmai interessati a riaprire i canali di dialogo anche per riattivare i flussi turistici dalla Russia. In sostanza, in questo dibattito riemerge la vecchia crepa che ha diviso l’Unione tra est e ovest in questi anni, tra i paesi del fianco orientale e baltico e quelli del Mediterraneo e dell’Atlantico. Divisioni rimaste sempre sullo sfondo dell’obiettivo comunque raggiunto di approvare all’unanimità di ben 20 pacchetti di sanzioni contro la Russia. Ora, queste diverse propensioni si misurano con il nuovo target: intavolare una discussione con Putin, per evitare che l’unico interlocutore del Cremlino continui a essere Donald Trump. Già, ma per dire cosa?