L’Unione europea sta discutendo una mossa che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata fuori schema: affidare a una figura politica di altissimo profilo il compito di aprire un canale diretto con Vladimir Putin. Non un mediatore tecnico, né un diplomatico di carriera, ma un ex capo di governo o di Stato con peso politico sufficiente da essere preso sul serio dal Cremlino. È questo il senso del dibattito riportato dal Financial Times, che vede sul tavolo nomi come Mario Draghi e Angela Merkel, insieme ad altre figure del Nord Europa.

La riflessione nasce da un dato politico semplice: mentre i negoziati guidati dagli Stati Uniti sulla guerra in Ucraina rallentano, l’Unione Europea rischia di restare ai margini del processo che potrebbe definire la futura architettura della sicurezza continentale. Alcuni governi europei ritengono che questa marginalità non sia più sostenibile, soprattutto se si consolidasse un’intesa negoziata senza un ruolo diretto di Bruxelles.

Nel totonomi, Draghi – il Signor Wolf per l’Europa invocato nell’ultimo numero di Linkiesta Magazine, ordinabile qui – rappresenta la soluzione tecnocratica: ex presidente della Banca centrale europea e già presidente del Consiglio italiano, è visto come un attore dotato di credibilità finanziaria e istituzionale, capace di dialogare senza essere percepito come parte politica del conflitto interno europeo. La sua forza è la reputazione di gestore di crisi sistemiche, dalla crisi dell’euro alla fase post-pandemica, ma anche l’assenza di un mandato politico attuale, che ne farebbe un emissario più neutrale ma meno coercitivo.