Il cibo, nel cinema di fantascienza, è spesso una seccatura scenografica: pastiglie disidratate, gelatine asettiche o banchetti barocchi pensati solo per mostrare la bizzarria di un effetto speciale. Non nella galassia lontana lontana ideata e portata sul grande schermo da George Lucas. Con il debutto nelle sale di The Mandalorian and Grogu, che riporta ufficialmente Star Wars sul grande schermo a sette anni dall'ultima pellicola, vale la pena ricordare che la saga spaziale più famosa della storia non si fonda solo sulla Forza, ma sulla credibilità dei suoi menu. E il cibo in Star Wars è un preciso codice semiotico. Serve a costruire pianeti, definire classi sociali, denunciare economie predatorie, suggerire ascesi monastiche o cementare rapporti affettivi.
Lucas, cresciuto tra i diner della California anni Cinquanta, immerso nella cultura pop ma con un profondo interesse per l'antropologia, ha sempre usato la tavola e i piccoli gesti alimentari per rendere "abitabile" l'infinito. Una civiltà diventa reale quando lo spettatore capisce come si nutre.Tutto comincia in Una nuova speranza (1977) attorno a un tavolo domestico e rurale. Il celebre latte blu munto dai Bantha sulla tavola degli zii Lars è il manifesto del pianeta-deserto di Tatooine dove l’eroe Luke Skywalker nasce come un ragazzo di fattoria, legato ai ritmi di un'economia di sussistenza. Pochi minuti dopo, la Cantina di Mos Eisley ribalta il paradigma: qui il cibo sparisce per fare spazio a distillati dai colori chimici. È la taverna western trasportata nello spazio dove la socialità si fa liquida e pericolosa.












