Se avete giurato fedeltà a “Guerre stellari” e ai suoi infiniti derivati, se siete disposti a vedere al cinema un prodotto pensato per le sale Imax, se non avete visto “Balle spaziali” di Mel Brooks, se insomma preferite le certezze della ripetizione alle incognite dell’esplorazione, siete pronti per “The Mandalorian and Grogu”, cine-esordio dei due simpatici personaggi già rodati da tre stagioni tv. L’implacabile cacciatore di taglie eternamente nascosto da armatura e casco metallici (sotto ci sono il divo Pedro Pascal ma anche lo stuntman brasiliano Lateef Crowder e Brendan Wayne, nipote di John, chissà a quanto ammontano i rispettivi cachet). E la sua minuscola mascotte dalle orecchie spioventi, versione infantile del maestro Yoda, stessa capacità di spostare oggetti con la mente ma molta ingenuità in più.Anche se il lato “coppia comica” è solo una delle componenti di questo space western impreziosito dalla gloriosa Sigourney Weaver (eroicamente immune da bisturi e pixel), ma dominato da frenetiche scene d’azione realizzate combinando tecniche di ogni sorta, marionette, modellini, immagini virtuali e via strabiliando. In un accumulo indiscriminato che fa rimpiangere non solo una trama più avvincente ma un’estetica meno consolidata, dunque capace di produrre vero stupore più che semplice sorpresa indotta dal susseguirsi di battaglie epocali, macchine prodigiose, mostri assortiti, intermezzi buffi, talvolta molto buffi se fusi all’azione. Vedi la scena in cui il piccolo Grogu, dallo zaino in cui è infilato come una borraccia, sferra insistenti e sonori pugnetti sul casco del Mandaloriano per avvertirlo di un pericolo incombente.Per il resto, se si accettano le assurde ma ormai canoniche due ore e passa di durata, lo spin off segue le peripezie dei due eroi sulle tracce di un cattivo che forse così cattivo non è, discendente del repellente Jabba the Hutt. In un alternarsi così canonico di variazioni su temi noti che lo spettatore si sorprende a compilare una specie di graduatoria interna. Persa nella versione italiana la voce beffarda di Martin Scorsese, che in originale doppia una specie di scimmia con quattro braccia, il meglio sta nella colonna sonora di Ludwig Göransson e nel design delle macchine più che in quello delle creature, assemblate fondendo specie e ordini animali differenti. A ogni saga le sue sfide. Nel 1977 il primo “Star Wars” rivoluzionò l’estetica della fantascienza socchiudendo la porta al fantasy. Cinquant’anni dopo siamo sempre lì, ma la porta è spalancata.