Fare di necessità virtù. Una classe dell'ultimo anno delle superiori ha preso alla lettera l'espressione attribuita a San Girolamo e si è industriata per non perdere il viaggio d'istruzione, organizzando una gita in autonomia, senza docenti accompagnatori. La vicenda qualche settimana fa ha fatto molto discutere: le tradizionali gite scolastiche, come vi abbiamo raccontato in una precedente puntata de ‘La Nostra Scuola', rischiano di scomparire del tutto. Da una parte pesano i costi stellari dei pacchetti proposti dalle agenzie di viaggio, che sopratutto quest'anno hanno messo a dura prova le famiglie italiane, con i prezzi dei biglietti aerei e dei carburanti lievitati a dismisura. Dall'altra il modello è in crisi anche a causa degli esigui sussidi messi a disposizione dal governo, che per il 2026 non ha stanziato nuove risorse per il Welfare gite – un contributo da 150 euro a studente per nuclei con soglia ISEE fino a 20.000 euro – ma si è limitato ad autorizzare gli istituti scolastici a utilizzare le risorse non spese, il residuo dello stanziamento del 2023 di 50 milioni di euro. Parliamo naturalmente di cifre bassissime a disposizione di ogni scuola. Ma il problema costi non è l'unico ostacolo: gli insegnanti sempre più spesso si rifiutano di accompagnare i ragazzi. Troppe responsabilità e nessun incentivo economico. Viste le condizioni, i docenti si chiamano fuori, perché non se la sentono di gestire gruppi numerosi per diversi giorni, 24 ore su 24. E a pagarne le conseguenze sono naturalmente gli studenti, costretti a rinunciare a quello che è forse uno dei momenti più intensi e formativi della vita scolastica. IL TEMA DEL GIORNO Gli studenti non vogliono abbandonare il modello delle gite scolastiche: "Occasione anche per creare legami più forti con i prof" Nell'ultimo mese il tema delle gite scolastiche è tornato al centro del dibattito anche per via di alcuni casi di cronaca. Prima la tragedia avvenuta la sera del 3 maggio in un hotel di Lignano Sabbiadoro (Udine), dove uno studente di 18 anni di Monopoli ha perso la vita. Poi l'incidente a Viterbo, dove un adolescente di 13 anni è rimasto gravemente ferito nel tentativo di passare da un balcone a un altro in un hotel a Soriano nel Cimino, in cui alloggiava con compagni e professori, durante una gita scolastica. Fatti drammatici, su cui è inevitabile porsi più di una domanda sulla sicurezza. Ma a volte questi episodi vengono amplificati dal sensazionalismo della stampa e diventano l'occasione per mettere in discussione l'opportunità di organizzare i viaggi d'istruzione: troppo pericolosi per i ragazzi, incapaci di autoregolarsi, e troppo rischiosi per i prof, che hanno l'obbligo di sorvegliare gli alunni, con responsabilità anche penali. Gli studenti, però, non la pensano così, e anzi ritengono che non vengano messi abbastanza in evidenza i vantaggi di questi viaggi e le ripercussioni positive che hanno sul clima e sulle dinamiche relazionali a scuola. "Spesso i toni allarmistici portano a parlare solo degli episodi negativi. Ma gli incidenti possono sempre succedere. Perché non parlare anche delle ricadute positive e dei benefici delle gite scolastiche?", ci dice al telefono Matilde (Rete Studenti Medi), la cui classe quest'anno non è riuscita a partire, perché soltanto un insegnante si era messo a disposizione. Una situazione che si è verificata diverse volte negli ultimi anni. Tra l'altro quest'anno molte classi nell'istituto di Matilde, il liceo scientifico e linguistico Innocenzo XII di Anzio (Roma), hanno rinunciato al viaggio d'istruzione per i costi elevati (per una gita scolastica era richiesto un acconto di circa 400 euro, per un costo totale di 600 euro) o per la mancanza di accompagnatori (soprattutto per le gite al primo o al secondo anno). In due casi i ragazzi hanno deciso di partire autonomamente, ma le assenze non sono state giustificate. Matilde frequenta il quarto anno, e insieme ai suoi compagni ha tentato di fare come la quinta di un liceo bolognese, che ha organizzato una trasferta a Parigi, ma senza insegnanti: in quel caso i ragazzi, tutti i maggiorenni, hanno trascorso dei giorni fuori, in una settimana che normalmente sarebbe stata dedicata alle lezioni. La dirigente scolastica ha accolto l'iniziativa e si è limitata a concedere dei giorni di vacanza, non conteggiandoli come assenze. "Abbiamo pensato anche a noi a questa possibilità, se anche il prossimo anno non dovessero esserci docenti disposti ad accompagnarci", ci spiega Matilde, "ma ci sono diversi studenti anticipatari (studenti che sono entrati nella scuola primaria a cinque anni ndr). Anche per non perdere lezioni a ridosso degli esami, avremmo proposto un viaggio a dicembre, ma sarebbe impossibile perché in quel mese molti di noi non hanno ancora compiuto 18 anni, per cui non potremmo partire senza insegnanti". Ma per Matilde la questione più importante è un'altra: "Senza docenti si perderebbe lo spirito del viaggio. È una bella esperienza partire da soli, ma lo è anche passare del tempo con le altre classi e con i professori, con in quali in quella dimensione è possibile sviluppare anche un rapporto differente, rispetto a quello più rigido a cui siamo abituati a scuola. Per questo una gita in autonomia non sarebbe secondo me la soluzione ideale". Il viaggio d'istruzione, soprattutto all'ultimo anno, prima della Maturità, è anche un momento simbolico che chiude un percorso, un rito di passaggio. E forse proprio in quest'ottica anche i controlli e la supervisione degli insegnanti sembrano più ‘sopportabili'. "Una vacanza con gli amici si può fare diverse volte nell'arco della vita. Partire affiancati dai nostri prof, che sono comunque stati accanto a noi per cinque anni, è un'esperienza completamente diversa. Nei rapporti sociali a scuola ci sono molti limiti, che costringono spesso a creare rapporti formali tra docenti e alunni. Al di fuori del contesto scolastico si creano invece legami più forti, che poi mantengono una volta ritornati in classe. E questo vale anche per i rapporti tra compagni. Lo abbiamo sperimentato con il campo scuola sportivo, che la nostra scuola organizza ogni anno". In quel caso però non è richiesto un numero minimo o massimo di studenti per classe. E poi, soprattutto al quinto anno, il viaggio d'istruzione può essere anche un momento utile per mettere da parte un po' di stress e staccare per qualche giorno in vista degli esami finali". L'APPROFONDIMENTO Salvare i viaggi d'istruzione? È possibile, ma solo con la collaborazione tra docenti e famiglie Le gite scolastiche, dunque, sono diventate da momento più atteso dell’anno per gli studenti al più odiato da docenti e famiglie, con il risultato che – come abbiamo già visto in un precedente numero della nostra newsletter – 4 ragazzi su 10 nel 2026 sono rimasti a casa, secondo gli ultimi dati dell’osservatorio Gite Scolastiche di Skuola.net. Se prima rappresentavano un pilastro storico dell’esperienza scolastica, oggi i viaggi di istruzione vivono una condizione di profonda crisi e trasformazione. Ben 7 insegnanti su 10 sarebbero favorevoli allo stop definitivo ai viaggi e alle visite di istruzione. Non solo ci sono costi sempre più alti per le famiglie ma ci sono sempre meno docenti disponibili ad accompagnarli. D’altronde, come dargli torto? Le cronache delle ultime settimane hanno dato loro ragione: abbiamo già ricordato la vicenda di Viterbo. Sempre secondo dati di Skuola.net, dal 2015 a oggi mediamente uno studente all’anno è deceduto durante il viaggio d’istruzione, per le cause più diverse. A ciò si aggiunga il fatto che nella maggior parte dei casi non ricevono alcun pagamento extra per accompagnare i ragazzi e che le responsabilità ricadono tutte sulle loro spalle, trovandosi spesso coinvolti in segnalazioni e denunce, e il dardo è tratto. Ma, c’è un grande ma. Troppo spesso ci si dimentica proprio dei ragazzi e del valore educativo che un momento come quello della gita può avere nelle loro vite. Non solo a livello culturale, ma anche per la loro crescita umana. È spesso per la maggior parte di loro la prima volta che si allontanano dalle proprie famiglie, che devono in qualche modo cavarsela da soli e confrontarsi con i compagni in un contesto diverso da quello scolastico. Viaggiare significa rispettare orari, regole nuove e luoghi pubblici. È il primo vero esercizio di cittadinanza attiva e del rispetto del patrimonio comune. È anche una occasione per avvicinarli all’arte e alla storia, per consentirgli di vedere musei e mostre che probabilmente da soli non vedrebbero mai o che le famiglie non potrebbero permettersi di visitare insieme, per toccare con mano e vedere dal vivo ciò che studiano solo sui libri. Genitori e docenti dovrebbero collaborare insieme affinché quello del viaggio d’istruzione resti un momento centrale dell’anno scolastico. Renderlo accessibile a tutti significa difendere il ruolo della scuola come luogo di crescita umana, prima ancora che accademica: da un lato i docenti dovrebbero essere incentivati – anche soprattutto a livello economico, per cui è ora che il Governo metta mano al portafoglio – ad accompagnare gli studenti, dall’altro le famiglie dovrebbero essere più responsabili del comportamento dei ragazzi, anche fuori casa. Dovrebbero essere complici dei docenti nell’educare i propri figli. Di Ida Artiaco e Annalisa Cangemi