Migliaia di classi quest’anno non sono andate in gita e non c’è nessun segnale di inversione di tendenza. Anzi. Secondo un sondaggio condotto online da “Tecnica della Scuola” sette professori su dieci si dicono assolutamente d’accordo a procedere con la misura più drastica: l’abolizione delle visite d’istruzione. È una questione di soldi, che non ci sono, ma soprattutto di responsabilità. Quanto è pagato un prof per portare la classe in visita d’istruzione? L’accompagnamento non è atto dovuto, ma libera scelta. Con la legge 266 del 2005 è stata soppressa la cosiddetta diaria, l’indennità di trasferta per i docenti. Tutto cade quindi dentro le “ore aggiuntive non di insegnamento”. In diversi istituti sono 38,50 euro per ogni ora di insegnamento per attività aggiuntive al servizio curricolare e 19,25 euro per ogni ora «funzionale all’attività di insegnamento al di fuori delle 40+40 ore previste da contratto». Quel che spesso capita però è il pagamento di un forfait concordato con l’istituto e in molti altri non c’è nemmeno quello. Eppure non è il denaro il problema principale degli insegnanti. Alla domanda “se ci fosse un giusto compenso saresti favorevole a partire in viaggio d’istruzione con i tuoi studenti?” la maggioranza dei docenti partecipanti al sondaggio, il 55,5 per cento, ha detto comunque di No. Va bene che i soldi sono pochi, ma il vero problema è che le responsabilità sono troppe. Le cronache non aiutano gli studenti speranzosi di vivere l’ormai quasi mitologico viaggio d’istruzione. Anno dopo anno si ripetono incidenti, ricoveri ospedalieri, bravate e notti così insonni e rumorose da impedire la partenza il giorno dopo. Motivo: l’autista del bus non ha chiuso occhio e il giorno dopo non si sente di guidare, come è accaduto a febbraio a una scolaresca in gita a Praga. La minaccia, riportata da Il Messaggero: «Vi lascio qui. In 33 anni di lavoro mai capitata una cosa del genere» «L’ennesima morte di uno studente in gita scolastica deve farci riflettere – scrive sui social Andrea Maggi, professore di lettere e dopo la sua partecipazione a Il Collegio un volto noto della tv -. Al di là del grido disperato che lancia questo tristissimo fatto di cronaca sul malessere giovanile, si apre da adesso, con le indagini della Procura, l’incubo dei suoi docenti accompagnatori». Se capita qualcosa di male, a persone o cose, gli insegnanti ne rispondono. La mancata osservanza dell’obbligo di vigilanza può dare origine a una responsabilità per omissione, la cosiddetta culpa in vigilando. «I docenti sono gli unici impiegati pubblici considerati colpevoli fino a prova contraria; in caso di incidente, vengono immediatamente imputati» continua Maggi. Per dire addio alla gita scolastica bastano tre note disciplinari, se il regolamento dell’istituto lo prevede. È successo a un alunno di un istituto campano, i genitori hanno fatto ricorso e il Tar gli ha dato torto. C’è chi rinuncia per nobili motivi: un’intera scolaresca de L’Aquila due anni fa non partì in solidarietà con un compagno di classe con disabilità e impossibilitato a partire colpa della pedana del bus rotta. Risultato: quasi uno studente su due resta a casa. A Piacenza un insegnante di matematica ha deciso di organizzare una gita al Cern di Ginevra, ma riservata agli studenti con i voti più alti nella sua materia: sono partiti in sei. A Torino non tutti gli alunni hanno potuto prendere parte ad una attività presso una radio per la realizzazione di un podcast. Potevano partecipare solo 45 studenti per tre scuole e, per selezionarli, si è deciso di ammettere solo chi aveva la media dell’8. Tutti gli altri, ad aspettare in classe. Nel 1913 il Touring Club Italiano organizzò la sua prima gita scolastica. Nasce così il Comitato nazionale del turismo scolastico, subito fermo con la prima guerra mondiale. Poi un’altra pausa con il fascismo, perché l’idea di “studenti itineranti” non era gradita al regime. Nell'aprile del 1947, 1200 studenti milanesi e 470 pavesi, accompagnati dai presidi e professori, partecipano a una visita alla Certosa di Pavia. Un fatto eccezionale per i tempi, destinato anno dopo anno a diventare un’amata e attesa consuetudine per generazioni e generazioni di studenti. E il futuro? Purtroppo non promette affatto bene.