Quello che sta accadendo agli attivisti della Global Sumud Flotilla è di gravità estrema e dovrebbe indignare tutti. Senza distinguo. Anche coloro che non condividono nulla delle idee e delle iniziative politiche dei manifestanti pro-pal.

L’attacco dell’esercito israeliano in acque internazionali non ha alcuna giustificazione. È semplicemente un atto di pirateria. Violento. Era proprio indispensabile, tanto per fare un esempio, sparare proiettili, seppure di gomma? Il sequestro di persona di cittadini italiani è uno sfregio alla nazione oltre che una violazione dei diritti individuali.

Ma l’impressione generale, suscitata dalle timide reazioni, è che quei cittadini italiani - e lo sono appieno anche se non condividiamo le loro idee - lo siano in realtà un po’ meno. Piaccia o no: il retropensiero diffuso è «che se la sono cercata». E dunque si arrangino. La discesa negli inferi di queste classificazioni mentali è la strada più veloce per togliere sostanza ai diritti di tutti che in una democrazia compiuta si difendono a prescindere dagli orientamenti personali. Le proteste formali ci sono state, è vero. Ma sembrano inevitabili e dovute. Si fa fatica a allontanare il sospetto che chi ha la titolarità per promuoverle ne avrebbe fatto, se fosse stato possibile, anche a meno. Quegli attivisti avranno anche idee che non condividiamo, ma non sono un braccio di Hamas, tutti terroristi, come vorrebbe il governo Netanyahu. E non ci dispiace che vi siano giovani che pur sbagliando (quanti errori abbiamo fatto noi, non solo in età giovanile?) abbiano la voglia di salire su quelle barche. Dovremmo invece essere preoccupati se nessuno volesse farlo, non avesse ideali, utopie. E soprattutto senso di umanità di fronte alle infinite tragedie dell’odio e della guerra.