Gli israeliani hanno di nuovo bloccato le barche della Global Sumud Flotilla, ponendo in stato di fermo più di 300 attivisti. Erano partiti dal porto di Marmaris in Turchia, sono stati intercettati di mattina, a ovest di Cipro. Netanyahu ha giustificato l’assalto militare accusando la flotta di voler «rompere l’isolamento dei terroristi di Hamas», mentre gli attivisti ribadiscono che la loro volontà è quella di porre fine, con una missione umanitaria non violenta, «all’assedio di Gaza imposto da Israele» e portare aiuti alla popolazione palestinese. Lo ribadisce anche Anna Foa, vincitrice l’anno scorso del Premio Strega Saggistica con il suo libro “Il suicidio di Israele” (Laterza) in cui sostiene come il sostegno del diritto di Israele alla sicurezza e all’esistenza non possa prescindere dal riconoscimento dei diritti dei palestinesi. L’Idf questa volta è entrato in azione in pieno giorno, come a sottolineare di poter agire come e quando vuole, anche a 500 chilometri di distanza da Gaza. «Gli israeliani non accettano che qualcuno denunci o sollevi questioni. O che addirittura si avvicini a Gaza, come cerca di fare la Global Sumud Flotilla allo scopo di dimostrare che Israele ha imposto un blocco illegittimo». Gli attivisti contestano la violazione del diritto internazionale, lo stesso che il nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani ha invocato perché sia garantito ai cittadini italiani fermati il rispetto della dignità della persona. «La cosa gravissima è che l’assalto alla flotta è accaduto in acque internazionali, in uno spazio che non appartiene a Israele. Dunque si può parlare di un rapimento. Il secondo, portato a termine stavolta in modo plateale, come se si volesse dimostrare che Israele può e ha il diritto di fare ciò che vuole in qualunque parte del mondo. Il messaggio minatorio è chiaro: “Nessun contestatore che dia fastidio a Israele si senta tranquillo perché noi possiamo intervenire ovunque”. Questa è follia pura, in senso politico intendo». La posizione di Netanyahu non si è indebolita in questi anni. Il suo governo ha un forte consenso nel Paese? «C’è un governo forte, una maggioranza salda in Parlamento. In grado di varare leggi come quella della pena di morte per i palestinesi condannati per terrorismo (che molte nazioni europee tra cui anche l’Italia avevano chiesto di ritirare, ndr). Quanto al consenso bisognerebbe vedere gli ultimi sondaggi ma è certo che una gran parte della popolazione appoggia l’operato di Netanyahu. Il terribile attentato del 7 ottobre del 2023 non può giustificare ciò che sta accadendo. Siamo di fronte a un genocidio e alla distruzione del diritto internazionale». C’è un’opposizione interna a Israele che resiste all’idea di guerra ad oltranza? «C’è una resistenza interna civile ed eroica che cerca di difendere i più deboli dalla violenza repressiva dell’esercito israeliano o degli estremisti. È successo anche nell’anniversario della presa di Gerusalemme Est nella Guerra dei Sei giorni: tanti israeliani vestiti di viola hanno cercato di fermare gli scontri nella Città Vecchia. Ma tutto questo non basta, il governo è stabile e non cadrà a meno che non perda l’appoggio degli ultraortodossi sulla questione dell’obbligatorietà del servizio militare». Fuori da Israele esiste una resistenza che contesta la guerra e la violenza? «La resistenza degli ebrei europei è quasi nulla. Chi contesta viene considerato un traditore dalle organizzazioni ebraiche che cercano di portare il mondo ebraico della diaspora a sostenere Netanyahu. Negli Stati Uniti è diverso, lì le comunità ebraiche nascono dal basso e si trovano in una situazione migliore rispetto all’Europa. C’è più opposizione. Ma non penso che questo possa influire su Israele. Gli Stati possono fare molto di più. Il boicottaggio militare su Israele imposto a livello internazionale può fare la differenza». Il 22 maggio a Castelsardo si terrà un convegno sulla figura di suo nonno Michele Giua, storico antifascista e padre costituente. Ricordarlo significa ribadire oggi il valore della resistenza civile e della politica sulla violenza e la prevaricazione? «Di fronte ai due grandi partiti di massa del suo tempo, Pci e Dc, Michele Giua seguiva, come altri della sua generazione, una terza via, quella del socialismo liberale che tanto ha dato alla resistenza contro il nazifascismo. Anche se questa scelta non è stata storicamente vincente nel dopo guerra, è stata portatrice di valori che ancora oggi sono importanti. Mio nonno non aveva armi con sé ma era armato della sua cultura, del suo ruolo di docente universitario. Era uno studioso, uno scienziato che ha pagato di persona il fascismo, con l’allontanamento dall’Università e il carcere. Un esempio di quanto sia importante il rapporto tra cultura e politica, il simbolo di una resistenza quanto mai necessaria e attuale». Un convegno in Sardegna per ricordare l’antifascista e Costituente Michele Giua, nonno di Anna Foa Il 22 e il 23 maggio in Sardegna, al Castello dei Doria a Castelsardo e all’Università di Sassari, si svolgerà il convegno "Michele Giua 60 anni dopo". L’iniziativa, che vedrà l’intervento della nipote scrittrice Anna Foa, nasce dall'Associazione Michele Giua di Castelsardo, dall’associazione Genera e dall’associazione Intrecci Culturali, grazie al fattivo contributo della Fondazione di Sardegna e con il patrocinio dell'Università degli Studi di Sassari, la Presidenza del Consiglio Regionale della Sardegna, il Comune di Sassari, la Città Metropolitana, il Comune di Castelsardo, la Fondazione Enrico Berlinguer e l'ANPI.