Il Mediterraneo è tornato a essere teatro di un acceso braccio di ferro geopolitico e umanitario. La “Global Sumud Flotilla”, un convoglio civile composto da oltre 50 imbarcazioni, è stato intercettato dalla Marina israeliana al largo di Cipro mentre tentava di forzare il blocco navale e raggiungere la Striscia di Gaza.

Salpata il 14 maggio da Marmaris, in Turchia, l’iniziativa si presentava come una missione nonviolenta, promossa da reti internazionali di solidarietà, con l’obiettivo di aprire un corridoio umanitario verso la popolazione palestinese. Il nome della spedizione, “Sumud” (in arabo, perseveranza e fermezza), ne evidenzia il significato politico: non soltanto consegnare aiuti, ma anche contestare apertamente la “normalizzazione dell’assedio” imposto da Israele.

A bordo delle unità — in alcune stime 54 — si trovavano attivisti provenienti da diversi Paesi, personale sanitario e forniture di prima necessità.

L’intervento israeliano non è giunto inatteso. Nelle prime ore del 18 maggio, il Ministero degli Esteri di Israele aveva intimato alla flottiglia di invertire la rotta, preludio all’operazione in mare. Per il governo israeliano, il blocco navale costituisce uno strumento indispensabile di sicurezza, e ogni tentativo di violarlo comporta il rischio di trasferimenti di armi a gruppi armati come Hamas. Le autorità di Tel Aviv giudicano queste iniziative atti di delegittimazione e “provocazioni” mediatiche.