Emanuele Modica ha un modo particolare di raccontarsi in quest’intervista esclusiva per Virgilio Notizie. Giovane attore, non parla del suo percorso come di una scalata, non usa parole che sanno di traguardi definitivi o di arrivi. Racconta piuttosto un viaggio, con tutta la fragilità che questa parola porta con sé. Un viaggio fatto di partenze, di dubbi, di scelte che a volte costano più di quanto si immagini, di persone lasciate andare, di paure silenziose e di quella strana sensazione che accompagna chi decide di inseguire qualcosa che non può essere misurato con numeri, stipendi o certezze. Leggendolo, si ha l’impressione che la recitazione, per Emanuele Modica, non sia soltanto un mestiere o un’ambizione. Sembra piuttosto un modo di stare al mondo. Un modo per avvicinarsi a se stesso, per comprendere parti che forse prima non riusciva a vedere, per dare un nome a emozioni che rimanevano sospese. E forse è proprio questo il motivo per cui, parlando con lui, il discorso si allontana molto presto dal semplice racconto professionale. Perché si parte dal teatro, ma si finisce inevitabilmente per parlare di identità. Di chi siamo quando lasciamo la nostra terra per inseguire un sogno. Di quanto sia difficile convivere con la sensazione di essere in ritardo. Di quel bisogno profondo di sentirsi riconosciuti. Di tutte quelle volte in cui ci si perde senza rendersene conto. E di quanto coraggio serva per scegliere se stessi. Il punto di partenza è Pirandello e il giovane autore, lo spettacolo in scena a San Vito Lo Capo il 26 maggio, scritto da Claudio Proietti e diretto da Anna Graziano, in cui Emanuele Modica interpreta Nino, un giovane scrittore che smarrisce progressivamente la propria direzione, lasciandosi trascinare dalle aspettative esterne e allontanandosi da ciò che, inizialmente, aveva dato senso al suo percorso. Ma ascoltando Emanuele Modica parlare di Nino, succede qualcosa di particolare: il personaggio smette lentamente di sembrare soltanto un personaggio. Perché nelle sue parole emergono continui punti di contatto. Le paure. Le rinunce. Il peso delle aspettative. Il bisogno di sentirsi visto. Il rapporto con l’amore, con il tempo, con i propri sogni. E allora l’impressione è che questa conversazione, più che un’intervista, assomigli a un attraversamento. Quello di un giovane attore che non racconta soltanto il desiderio di arrivare, ma anche il timore di smarrirsi lungo il percorso. Che parla di ambizione senza separarla dalla fragilità. Che ammette dubbi, nostalgie, ferite e sacrifici senza trasformarli in una narrazione eroica. Perché esistono persone che raccontano ciò che fanno. E altre che, raccontandolo, finiscono per rivelare chi sono. Forse è proprio qui che si trova la parte più interessante di Emanuele Modica. Non nel personaggio che interpreta. Ma nella persona che emerge quando il personaggio, per un momento, si mette da parte.