di
Monica Scozzafava
L'allenatore saluta dopo due stagioni di vittorie e non solo, ne esce felice ma mentalmente logorato (e con il richiamo della Nazionale). Per la successione Sarri è l'ipotesi più concreta
Quando De Laurentiis gli mise fretta («mi dica adesso se vuole andar via»), Conte non ebbe esitazione a chiamarlo. Così a metà aprile le parti sapevano entrambe che a fine stagione il matrimonio si sarebbe interrotto con un anno di anticipo rispetto al contratto. Il presidente del Napoli sapeva altresì che il suo «amico» avrebbe lasciato sul piatto otto milioni di euro, rinunciando a uno stipendio che, se a quei livelli può non fare una enorme differenza, resta un gesto cortese verso un club che gli ha dato la possibilità di tornare ad allenare in Italia. L’unico, a quei tempi. Conte voleva andar via già l’anno scorso, De Laurentiis lo trattenne. Questa volta è andata diversamente. Quasi ci fosse tra di loro un patto tacito: due anni sarebbero stati il limite massimo. Il richiamo della Nazionale c’entra: Conte ne subisce il grande fascino, sa però che non è l’unico in lizza. Quindi si ferma a prescindere con la convinzione, comunicata anche a De Laurentiis, di aver fatto quanto era nelle sue possibilità. «Due anni fa mi è stato chiesto un aiuto, l’ho fatto. Ho dato tutto», questo gli ha detto. Lo confermerà anche alla città, alla quale vuole destinare un addio come si deve dopo l’ultima partita di domenica contro l’Udinese al Maradona. Intanto, ha salutato formalmente il sindaco Gaetano Manfredi, martedì pomeriggio in Comune. Allenare il Napoli è stata un’esperienza diversa da tutte le altre: ha vinto uno scudetto dopo un decimo posto, ha conquistato la Supercoppa a dicembre, lascia la squadra in Champions, forse seconda. Eppure, attorno a sé non ha sentito compattezza, ha dovuto tirar dritto come un treno mentre i bisbigli della piazza erano insistenti: sul suo modo di mettere la squadra in campo, sul gioco non spettacolare, sugli spifferi di malumori all’interno dello spogliatoio, sulle responsabilità dei troppi infortuni. E sugli screzi con le aree (medica in primis) all’interno del club. I giocatori lo amano e lo odiano, ed è una sindrome anche comune verso chi fa della disciplina la regola di vita. Ma hanno tirato la carretta nonostante non condividessero certi metodi di allenamento così forti.












