In Palestina li conoscono tutti i temibili rubber bullet, i proiettili di gomma. Il nome inganna: la gomma riveste un’anima di pallottola e il colpo può uccidere. Nelle manifestazioni di protesta piovono a grappoli: sono uno dei mezzi più usati per disperdere la folla. Ma anche disperdere è un inganno.

Ieri il lungo assalto della marina israeliana alla Flotilla si è concluso con rubber bullet sparati contro gli attivisti a bordo delle ultime barche intercettate. Così denunciano i messaggi finali, quelli che gli equipaggi delle dieci imbarcazioni che hanno forzato i motori all’estremo sono riusciti a trasmettere. Più che per sfuggire alla cattura, hanno corso per avvicinarsi il più possibile a Gaza. E chissà se in quei momenti avranno pensato che lo sbarco impossibile con il suo carico di aiuti non fosse un’utopia.

Non è successo, Israele ha finito il lavoro cominciato sedici anni fa con gli spari mortali sulla Mavi Marmara. Gli attivisti sono stati tutti presi e condotti nella nave-prigione.

Un rapimento di massa: oltre 400 persone totalmente irraggiungibili. L’uso dei proiettili di gomma non è ovviamente necessario a disperdere nessuno nello spazio ristretto di una barca a vela, tanto più con l’equipaggio ordinatamente seduto a mani alzate. È una violenza che serve solo a terrorizzare e punire. Israele la applica da decenni. Stavolta contro obiettivi diversi.