La storia del giovane ebreo che il 25 aprile a Roma ha sparato dei pallini di plastica contro i manifestanti è un caso di “doppio standard” istituzionale e mediatico. Prendiamo due episodi di violenza in piazza e confrontiamoli. Roma: giovane ebreo con pistola ad aria compressa e pallini di plastica; Torino: manifestante ProPal che colpisce un agente di polizia a martellate.
I due casi vengono trattati in maniera profondamente diversa sul piano penale e narrativo. Il primo, l’ebreo, è indagato per tentato omicidio e definito “cecchino”, sui giornali; il secondo è indagato per lesioni e senza custodia cautelare. Siamo di fronte a una “profilazione razziale” implicita, dove “l’ebreo” viene raccontato come un potenziale assassino e il “gentile” come un deviante che ha bisogno di comprensione sociologica. Questo incredibile “teatro” informativo fa parte del genere letterario della “gazologia” che trasforma fatti isolati in narrazioni ideologiche che hanno un solo scopo: criminalizzare tutti gli ebrei e descrivere Israele come uno Stato terrorista. L’esito di questa deriva, giudiziaria e giornalistica, è la normalizzazione dell’antisemitismo.
L’ebreo è un criminale perché ebreo, è un “potenziale assassino” in quanto esiste; mentre il “gentile” ha qualche buona ragione per schivare l’accusa di omicidio e non stare in prigione. I pallini di plastica sono un’arma letale, il martello no.












