Il governo degli Stati Uniti accetta di essere «per sempre escluso» dalla possibilità di perseguire o riesaminare le questioni fiscali correnti di Donald Trump, dei suoi figli e della Trump Organization. È questa la formula contenuta nell’accordo pubblicato dal dipartimento di Giustizia che ha trasformato una causa sulle dichiarazioni dei redditi del presidente in uno dei casi politico-istituzionali più controversi del secondo mandato trumpiano.
L’intesa nasce dalla causa da 10 miliardi di dollari avviata da Trump contro l’agenzia delle entrate americana e il Tesoro dopo la diffusione delle sue dichiarazioni fiscali. Formalmente l’accordo prevede scuse ufficiali del governo federale e nessun pagamento diretto al presidente. Ma dentro quelle poche righe c’è molto di più: l’amministrazione si impegna infatti a rinunciare stabilmente a determinate contestazioni fiscali nei confronti del presidente, dei suoi figli e delle sue aziende.
Il dipartimento di Giustizia ha precisato che l’intesa riguarda i controlli già esistenti e non eventuali verifiche future. Ma il significato politico resta enorme. Per gli esperti americani è difficilissimo trovare precedenti simili. Daniel Werfel, ex commissario dell’agenzia delle entrate durante l’amministrazione Biden, ha spiegato di non conoscere casi in cui il fisco abbia accettato preventivamente di rinunciare ai controlli su una specifica persona o società. «Che tu sia il presidente o un normale cittadino, le regole dovrebbero essere uguali per tutti», ha detto.










