Sarebbe difficile sottovalutare la portata della surreale commedia degli equivoci andata in scena ieri tra Palazzo Madama e Palazzo Chigi sulla mozione della maggioranza a proposito delle misure con cui fronteggiare la crisi energetica, che inizialmente chiedeva allo stesso governo di rimangiarsi l’impegno preso con Donald Trump sull’aumento delle spese militari al 5 per cento.

Per la precisione, al punto 8, impegnava Palazzo Chigi «a mantenere un impegno realistico e credibile in ambito Nato, confermando il raggiungimento del 2 per cento del Pil per la spesa per la difesa e promuovendo una revisione degli obiettivi più ambiziosi (come il 5 per cento) alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali, includendo nel computo anche gli investimenti per la sicurezza energetica e le infrastrutture critiche, al fine di garantire una difesa collettiva efficace senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici». In poche parole, un attacco kamikaze mirato a mettere definitivamente in crisi il legame con Trump, che assieme al rapporto con Ursula von der Leyen rappresentava uno dei due pilastri della politica estera meloniana, entrambi ora piuttosto scricchiolanti, come dimostra la fredda risposta della Commissione alla lettera in cui il governo ha chiesto una estensione della deroga al Patto di stabilità già prevista per gli investimenti nella difesa anche alle spese per la crisi energetica. Lettera in cui Meloni ha esplicitamente minacciato, in caso di rifiuto, di non potere onorare gli impegni assunti proprio sulla spesa militare.