Non avrà forse l’intensità emotiva raccontata dallo sfegatato tifoso Nick Hornby in “Febbre a 90°”, ma al popolo dei Gunners va benissimo così. Dopo 22 anni di attesa, l’Arsenal torna sul trono d’Inghilterra.
Un trionfo costruito con metodo, che a un certo punto è parso scivolare via ancora una volta e che invece la squadra di Mikel Arteta ha saputo portare a compimento. È il quattordicesimo titolo nella storia del club londinese, il primo dal 2004: allora era l’Arsenal di Highbury, di Arsène Wenger, Thierry Henry e Dennis Bergkamp, gli “Invincibili” capaci di chiudere il torneo senza sconfitte.
Oggi è l’Arsenal di Arteta, 44enne basco che a Londra aveva appeso le scarpette al chiodo e che da tecnico è cresciuto all’ombra di Pep Guardiola. Quando, nel dicembre 2019, è arrivata la chiamata dall’Emirates, non ha esitato a lasciare il suo maestro per intraprendere la strada da primo allenatore. L’avvio non è stato semplice, nonostante la FA Cup vinta al primo tentativo: in Premier i Gunners sono arrivati due volte ottavi e poi quinti, prima che il progetto decollasse definitivamente.
E dopo tre secondi posti consecutivi, finalmente i londinesi possono festeggiare. Per compiere l’ultimo passo, Arteta non ha badato a spese: quasi 300 milioni di euro investiti per rafforzare l’organico. Zubimendi, Eze, Madueke e soprattutto Gyokeres, il centravanti che mancava, sono stati i fiori all’occhiello di una campagna acquisti mirata a colmare una volta per tutte il divario con Manchester City e Liverpool.










