Una guerra la cui vera posta in gioco, molto più che il nucleare, è il controllo delle vie d’acqua da cui transitano flussi di energia, dati e cibo: non solo nel Golfo Persico, ma prima ancora nel Mar Rosso. È lo scenario del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran che emerge dalla lettura dei quotidiani in lingua araba.In una fase quanto mai confusa in cui i piani degli attori principali sembrano sempre più indecifrabili, i media più vicini al cuore incandescente del conflitto offrono una prospettiva diversa. È quella che emerge dalla nona puntata della rassegna RAI Al-Arab (in arabo “l’opinione degli arabi”). Il Mar Rosso, nuovo cuore del confrontoIn una fase in cui l’attenzione del mondo è concentrata sullo stretto di Hormuz, Alghad (“Il domani”) sposta l’accento sul Mar Rosso e sulla sua porta d’accesso a sud, lo stretto di Bab Al-Mandab.Sul principale quotidiano indipendente giordano, fondato dall’imprenditore Mohammad Alayan e finanziato da fondi privati, Abdullah Sarour Al-Zoubi scrive: “Quello a cui stiamo assistendo non è semplicemente uno spostamento geografico dei conflitti, ma una trasformazione nella natura stessa del potere. Gli Stati misurano ora la propria influenza in base alla capacità di controllare porti, rotte marittime, reti energetiche e infrastrutture digitali transcontinentali. Il Mar Rosso si sta trasformando così da semplice via di navigazione in un nuovo cuore strategico dove si stanno ridefinendo gli equilibri regionali e internazionali”. La “cintura strategica” di Ben-GurionProsegue il giornale giordano: “In questo contesto il confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran sembra trascendere la questione nucleare iraniana o i confini del conflitto tradizionale, trasformandosi in una battaglia per l’architettura del futuro Medio Oriente: chi controlla le rotte commerciali? Chi collega l’Asia all’Europa? E chi detiene il potere di controllare i flussi di energia, dati e cibo?”.L’editorialista cita David Ben-Gurion, il primo capo del governo dello Stato ebraico: “Egli riconobbe che Israele, in virtù delle sue dimensioni geografiche e demografiche, era incapace di imporre l'egemonia attraverso un confronto diretto con il mondo arabo. Cercò dunque di costruire una ‘cintura strategica’, ai suoi confini periferici, per impedire la formazione di un blocco arabo unificato in grado di minacciare la supremazia israeliana”. Le mani di Netanyahu sui porti africaniQuella che all’epoca era un’alleanza tra Tel Aviv, la Turchia kemalista, l’Iran dello Scià e l’Etiopia imperiale, oggi è riproposta dallo stesso Benjamin Netanyahu in una forma più flessibile coinvolgendo Grecia, Cipro, Azerbaigian e India.Come spiega l’articolo, “Israele non cerca semplicemente alleati ma mira a rimodellare la sfera d'influenza che circonda il mondo arabo, sforzandosi di diventare un hub geopolitico che colleghi l’Asia centrale, l’India, il Golfo e l’Occidente all'interno di un'unica rete strategica. Ciò spiega il crescente interesse di Israele per l'Etiopia, la Somalia, i porti africani e le nuove alleanze marittime”. Mondo arabo, vuoto a perdere?Per il quotidiano giordano, “il Mar Rosso potrebbe diventare l'arena geopolitica più pericolosa al mondo entro il prossimo decennio, proprio come lo è stato il Golfo Persico nei decenni precedenti”.Un’arena dove si intersecano le influenze di attori come Turchia, Arabia Saudita, Cina e Stati Uniti. E a pagarne le conseguenze, per Alghad, sarebbero gli Stati arabi: “Qui risiede il pericolo: il successo delle potenze internazionali o regionali nel trasformare il mondo arabo da ‘centro regionale’ in un ‘vuoto geopolitico’ per il quale le potenze regionali e internazionali si contendono il potere”. Il tentativo di disarmare HezbollahUn interessante articolo sullo scenario libanese si può leggere su Annahar (“Il giorno”).Sul quotidiano con sede a Beirut finanziato dalle famiglie Tueni e Hariri, cioè quella di Rafiq Al-Hariri, ex premier del Paese dei Cedri assassinato nel 2005, Samara Al-Qazzi scrive: “Il pericolo che il Libano si trova ad affrontare oggi non si limita all’escalation militare o alla paralisi politica, ma consiste piuttosto nell'utilizzo del collasso economico come arma”.Il governo libanese presieduto da Nawaf Salam sta cercando di disarmare Hezbollah, potente partito filo-Iran che per decenni ha agito come uno Stato nello Stato dotato di un proprio esercito. La popolarità in calo del “partito di Dio”Per la giornalista, “dopo anni di collasso economico e guerre successive, un numero crescente di libanesi, anche all'interno della comunità sciita, ritiene le milizie armate (Hezbollah, Ndr) responsabili dell'isolamento del Paese. Qualsiasi mobilitazione popolare aperta da parte del partito potrebbe unificare gli oppositori libanesi, alienare i partner internazionali e rafforzare l'immagine di Hezbollah come forza che ostacola la ripresa dello Stato. Dal punto di vista del partito, creare deliberatamente il caos finanziario potrebbe rivelarsi molto più efficace”.Il Libano sconta da tempo una fragilità strutturale che lo rende particolarmente vulnerabile alle speculazioni: “Lo Stato libanese continua a mancare di un efficace sostegno finanziario esterno e la Banca Centrale del Libano ha a disposizione solo strumenti limitati per difendere la valuta, principalmente assorbendo dollari dalle rimesse e dai mercati monetari. Le imprese e i cittadini che necessitano di lire per pagare le tasse o coprire le spese locali vendono dollari tramite gli uffici di cambio, che indirettamente reinvestono parte della liquidità in dollari nelle riserve della Banca Centrale”. I cambiavalute come arma politicaProsegue Annahar: “Gran parte del settore dei cambi in Libano opera da tempo all'interno di reti politiche legate a Hezbollah e ai suoi alleati. Se le principali società di cambio iniziassero ad accumulare dollari, a rallentare le conversioni in lire libanesi o ad alimentare il panico sui mercati, questa previsione (il caos finanziario, Ndr) potrebbe rapidamente concretizzarsi”.L’allarmismo diffuso in questi giorni dai giornali vicini a Hezbollah e gli attacchi al governatore della Banca Centrale dimostrerebbero che il piano è già in atto, ma il suo lato più pericoloso deve ancora venire alla luce. Soldati e poliziotti senza stipendio e il Paese nel caosGli stipendi di dipendenti pubblici, militari e agenti di polizia sono ancora pagati in lire libanesi, una valuta fortemente esposta alle fluttuazioni dei cambi, ed esercito e sicurezza rappresentano circa il 27% del bilancio statale in Libano.Osserva il giornalista: “Se soldati, poliziotti e dipendenti pubblici si trovassero nuovamente a dover affrontare stipendi che hanno perso tutto il loro valore, le proteste potrebbero scoppiare rapidamente nelle strade, alimentate dalla rabbia per la crisi economica piuttosto che da una diretta affiliazione politica con Hezbollah. Quella che inizia come una crisi monetaria potrebbe degenerare in caos nazionale”.E conclude il quotidiano: “Destabilizzare l’economia offre una via concreta verso la paralisi politica senza sparare un solo colpo”. Agli albori dello Stato di IsraeleSu Almanassa, piattaforma egiziana indipendente finanziata da fondi privati, Mohamed Saad Abdel Hafeez legge i recenti sviluppi a partire dal massacro di Tantura, a sud di Haifa, nel maggio 1948: “Dopo due settimane di assedio da parte della Brigata Alexandroni (parte dell’esercito israeliano, Ndr), gli abitanti del villaggio decisero di arrendersi. Le forze attaccanti perpetrarono però un’esecuzione di massa dei prigionieri, causando il martirio di circa 300 palestinesi”. “Ero un assassino, non facevo prigionieri”A ripercorrere la storia di Tantura è stato un documentario del regista israeliano Alon Schwarz, uscito nel 2022 e basato sulle testimonianze degli ufficiali che parteciparono al massacro. “Ero un assassino... non ho mai fatto prigionieri. Ogni volta che vedevo un gruppo di soldati arabi con le mani alzate, li uccidevo immediatamente”, dichiara Amitzur Cohen. Un altro soldato racconta: “Li hanno messi in un barile e hanno sparato dentro... Ricordo la vista del sangue nel barile”. Un altro testimone definisce i membri del battaglione come “persone che non si comportavano da esseri umani”.Per il giornale egiziano, “quanto accaduto a Tantura si è ripetuto solo due mesi dopo nel vicino villaggio di Al-Tira, quando bande sioniste hanno costretto con la forza decine di donne e anziani palestinesi sfollati a sedersi in un campo di grano prima di cospargerli di benzina e bruciarli vivi”. Il piano per il disarmo dei palestinesiPer il quotidiano online, “questi crimini non erano episodi isolati, ma parte di una strategia sionista che impiegava shock, terrore e spargimento di sangue per costringere i palestinesi alla fuga”. Infatti “questo piano prevedeva l’assedio e il bombardamento dei villaggi, l’incendio delle case, l’espulsione degli abitanti e la posa di mine per impedire il loro ritorno”.Il giornalista cita lo storico israeliano Ilan Pappe, secondo cui “il disarmo dei palestinesi è stato un elemento fondamentale del progetto di pulizia etnica, volto a impedire loro di difendersi e a garantire il controllo totale del territorio”. “La resistenza non abbandonerà le armi”E conclude Almanassa: “Hamas, Hezbollah e gli altri movimenti di resistenza comprendono che abbandonare le armi equivale a un suicidio collettivo e che l'occupazione attende proprio quel momento per portare a termine ciò che ha iniziato otto decenni fa. Qualsiasi pressione esercitata da attori regionali e internazionali per persuadere i due movimenti ad abbandonare la loro ideologia di resistenza è quindi destinata al fallimento”.