Dopo un lungo girovagare per il mondo - dall’Europa fino alla Cina - sono rientrato a New York, da Milano, su un volo della compagnia Emirates partito da Dubai. Tra il personale di bordo c’era uno steward italiano che vive là da sette anni. Gli ho chiesto com’è la situazione, sul fronte di guerra. La vita procede normale, molto diversa da certe narrazioni sui media, mi ha detto. Dopo qualche giorno di cancellazioni, Emirates è tornata quasi subito al 90% della sua operatività. Non male per una linea aerea il cui hub globale è a portata di missili e droni iraniani. Un mese fa, quando stavo programmando il mio viaggio e prenotando voli in Europa e in Asia, molti amici italiani volevano dissuadermi: sta per finire il cherosene, dicevano, presto non si volerà più. Ne avrò presi una dozzina, non credo avessero i serbatoi vuoti.Tra le notizie che mi hanno colpito sulla stampa internazionale, altri segni di normalità, o comunque di adattamento e resilienza. La Siria, passata nella sfera degli amici dell’Occidente, si candida a ospitare nuove infrastrutture che trasportino energia dal Golfo verso il Mediterraneo, aggirando Hormuz. Gli Emirati progettano appunto – come l’Arabia saudita – nuovi oleodotti terrestri per ridurre la vulnerabilità e vanificare il ricatto iraniano sullo Stretto. Anche in Iran c’è un curioso segnale di normalizzazione: i preparativi per riaprire la Borsa di Teheran, chiusa dal 28 febbraio. Notizia assai più tragica, anche se in qualche modo rientra nel tema del «ritorno alla normalità»: sono riprese condanne a morte ed esecuzioni di oppositori da parte del regime.La distanza fra i toni drammatici di molta informazione, e la vita reale, deve vaccinarci contro l’allarmismo cronico. I mercati finanziari dal 28 febbraio hanno mostrato di avere i nervi più saldi di molti media, e finora hanno avuto ragione loro. Non vorrei però esagerare nel senso opposto, professando un ottimismo euforico da «scampato pericolo». Tra le notizie in controtendenza rispetto alla normalità, sul fronte militare abbiamo Trump che convoca i vertici del Pentagono, annuncia che possono riprendere le ostilità, poi dice di aver rinviato tutto su pressione dei suoi alleati arabi del Golfo; i quali però stanno prendendo in mano la propria difesa visto che Arabia saudita ed Emirati hanno lanciato le loro offensive militari (o forse rappresaglie a scopo dissuasivo) contro obiettivi iraniani.Uno studioso che stimo molto, lo storico britannico Niall Ferguson della Hoover Institution (università di Stanford), di recente ha spiegato perché questa può rivelarsi una «strana guerra», con ripercussioni a scoppio ritardato. Drôle de guerre, fu la definizione che gli storici diedero del periodo iniziale nella seconda guerra mondiale, tra il settembre 1939 e il maggio 1940, quando all’invasione nazista della Polonia e alla dichiarazione di guerra anglo-francese seguì una sorta di stallo in cui sembrava non accadesse nulla.Ecco una sintesi dell’analisi di Ferguson, riferita al conflitto attuale nel Golfo. Lui parte da un interrogativo: che fine ha fatto «Operation Economic Fury», il nome dato alla strategia americana per strangolare economicamente l’Iran? La sua risposta è che la guerra economica contro Teheran funziona, ma molto più lentamente di quanto sperino i suoi promotori. E soprattutto rischia di produrre effetti collaterali sull’economia mondiale, compresa quella americana.Il punto di partenza è la convinzione, condivisa da alcuni esperti e da analisti finanziari come Robin Brooks, che il blocco navale imposto dagli Stati Uniti nello stretto di Hormuz stia davvero infliggendo danni seri all’economia iraniana. La strategia americana consiste nel soffocare il commercio estero della Repubblica islamica, impedendo soprattutto le esportazioni petrolifere. Tuttavia Ferguson ricorda che la guerra economica ha sempre tempi lunghi, molto più lunghi delle operazioni militari. Le sanzioni raramente producono un collasso immediato del nemico. Vedi il precedente delle sanzioni occidentali contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Allora molti governi e commentatori occidentali predissero che le misure economiche avrebbero paralizzato la macchina bellica di Vladimir Putin. Non andò così. Lo storico britannico cita l’analisi di Nicholas Lambert, secondo cui quelle sanzioni erano soltanto «un livello 3 della scala Richter». La ragione è semplice: nessuna potenza può infliggere sofferenze economiche a un avversario senza subirne a sua volta le conseguenze. Gli Stati Uniti e l’Europa non ebbero il coraggio di interrompere del tutto il commercio energetico con Mosca, perché temevano un’esplosione dell’inflazione e una recessione. L’amministrazione Biden, in particolare, aveva paura che prezzi troppo elevati del petrolio aggravassero il malcontento sociale interno.Lo stesso schema si sta ripetendo oggi con l’Iran. «Operation Economic Fury» sta causando dolore economico a Teheran, ma la chiusura dello stretto di Hormuz è una sorta di impresa congiunta americano-iraniana che colpisce l’intera economia mondiale. Chi riesce a sopportare il dolore più a lungo? Chi possiede la soglia di resistenza più alta?Secondo il Fondo Monetario Internazionale, nell’ottobre 2025 l’Iran disponeva di circa 26 miliardi di dollari di riserve ufficiali. A queste si aggiungono circa 100 miliardi di asset congelati dalle sanzioni internazionali. Le perdite commerciali provocate dal blocco di Hormuz vengono stimate attorno ai 120 milioni di dollari al giorno: 270 milioni di esportazioni mancate, compensate solo parzialmente da 150 milioni di importazioni bloccate. Se queste cifre fossero corrette, l’Iran potrebbe esaurire le sue riserve nel giro di sei-quattordici mesi, a seconda dell’accesso ai fondi detenuti all’estero, soprattutto in Cina.La situazione interna iraniana appare già drammatica. Il rial continua a precipitare sul mercato nero, arrivando vicino alla soglia di due milioni per dollaro. L’inflazione ufficiale ha superato il 62%, mentre quella alimentare sfiora il 100%. Ferguson cita testimonianze secondo cui a Teheran i prezzi del cibo aumenterebbero addirittura del 25% al giorno. Tutto questo sembrerebbe avvicinare il regime a un punto di rottura.Ferguson invita alla cautela. L’economia iraniana possiede almeno quattro «valvole di sfogo» che potrebbero permetterle di sopravvivere molto più a lungo del previsto. La prima riguarda la logistica. Tra un terzo e metà delle importazioni non petrolifere iraniane arrivano via terra o via aerea, quindi sfuggono al blocco navale. La seconda consiste nel ricorso crescente al baratto: Teheran può scambiare petrolio, prodotti petrolchimici e manufatti industriali con beni essenziali, soprattutto alimentari. La terza è l’uso delle criptovalute. Negli ultimi cinque anni l’Iran ha investito molto nel mining di Bitcoin e nello sviluppo di reti finanziarie alternative. La quarta è la relazione con la Cina. Circa il 30% delle importazioni iraniane proviene da aziende cinesi.Il successo di «Operation Economic Fury» dipende dalla capacità americana di saturare gli impianti di stoccaggio petrolifero iraniani. L’Iran produce ancora tra 3 e 3,2 milioni di barili al giorno. Prima della guerra ne esportava circa 1,7 milioni. Una parte importante del greggio può essere raffinata internamente in diesel e benzina, riducendo così la necessità di esportazione immediata. Circa 2 milioni di barili raffinati vengono consumati sul mercato domestico, mentre altre quantità vengono contrabbandate attraverso le frontiere terrestri. Il vero nodo è lo stoccaggio. L’Iran dispone di circa 50-55 milioni di barili di capacità di deposito terrestre, già in gran parte riempiti. Inoltre può utilizzare petroliere ferme nel Golfo Persico come depositi galleggianti. Nei primi otto giorni del blocco quindici petroliere vuote sono entrate nel Golfo dirette verso porti iraniani. Secondo Ferguson, Teheran avrebbe bisogno di una nuova petroliera ogni due giorni per evitare il collasso logistico. Nel frattempo una quota significativa di esportazioni continua a sfuggire al controllo americano attraverso piccole imbarcazioni che navigano nelle acque omanite. La conclusione provvisoria dello storico è prudente: il collasso economico e politico dell’Iran è possibile, ma non rappresenta lo scenario più probabile nel breve termine.Mentre Washington aspetta che le sanzioni producano i loro effetti, un’onda d’urto si propaga però nel resto del mondo. Non si tratta solo di petrolio e gas naturale liquefatto. Lo stretto di Hormuz è essenziale anche per il commercio globale di fertilizzanti, zolfo, elio e numerose materie prime industriali. La Banca Mondiale prevede un aumento medio dei prezzi delle materie prime del 16% nel 2026. I prezzi dell’energia crescerebbero del 24%, quelli dei fertilizzanti del 31%. Tutto questo si tradurrebbe inevitabilmente in rincari alimentari e industriali. I metalli industriali e preziosi potrebbero raggiungere livelli record. E queste stime presuppongono una riapertura relativamente rapida dello stretto. Le economie emergenti sarebbero le più colpite, ma Ferguson sottolinea che anche gli Stati Uniti rischiano conseguenze serie. Le riserve americane di benzina e distillati sono già basse. I consumatori si aspettano rincari del carburante, ma probabilmente sottovalutano gli aumenti di prezzo che riguarderanno praticamente tutti i beni di consumo, «compreso tutto ciò che vende Walmart».Come spiegare il contrasto tra l’euforia dei mercati finanziari e la fragilità dell’economia reale? Il Nasdaq è salito del 14% rispetto alla vigilia dell’operazione «Epic Fury». Molti investitori sembrano convinti che l’intelligenza artificiale sia più importante dello shock petrolifero. Un hedge fund manager sintetizza questa convinzione con una formula brutale: «AI batte shock petrolifero». Ferguson non si fida di questo ottimismo e utilizza proprio l’intelligenza artificiale di Gemini per simulare tre scenari economici.Nel primo scenario lo stretto riapre subito. Anche in questo caso i danni sarebbero consistenti: fertilizzanti ed energia rimarrebbero costosi per mesi, l’inflazione americana salirebbe tra il 3,2% e il 3,5%, la crescita del Pil rallenterebbe leggermente.Nel secondo scenario la chiusura prosegue fino al 4 luglio. Qui, secondo Ferguson, l’economia globale entrerebbe in zona di rottura. Giappone e Corea del Sud, dipendenti dal Golfo per energia e materie prime petrolchimiche, rischierebbero fermate industriali sistemiche. Una carenza di elio bloccherebbe parte della produzione mondiale di semiconduttori. Le fabbriche automobilistiche americane potrebbero fermarsi per mancanza di alluminio e plastiche speciali. L’inflazione salirebbe oltre il 4%, mentre la crescita americana rallenterebbe drasticamente.Il terzo scenario è quello più cupo: chiusura dello stretto per sei mesi. In questo caso Ferguson parla di stagflazione e collasso del commercio internazionale dei fertilizzanti. Gli Stati Uniti subirebbero rincari permanenti di beni industriali e sanitari, la Federal Reserve sarebbe costretta a rialzare i tassi nonostante il rallentamento economico e il Paese potrebbe entrare in recessione.Ed è qui che Ferguson pone la domanda decisiva: perché mai gli iraniani dovrebbero accettare un compromesso negoziale con gli Stati Uniti? Anche a Teheran esistono fazioni diverse: da una parte il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi sembrano favorevoli a trattare; dall’altra i Pasdaran preferiscono continuare l’escalation militare. Ma entrambe le correnti potrebbero convergere su un punto: trascinare i negoziati il più a lungo possibile, almeno fino a quando l’economia americana non entrerà nello scenario peggiore descritto da Ferguson. Se Washington rischia recessione, inflazione e caos politico, il tempo potrebbe giocare a favore di Teheran.L’ultima riflessione è di carattere generale. Le guerre, ricorda Ferguson, iniziano più facilmente di quanto ci si aspetti e durano più a lungo di quanto i governi immaginino. Alcuni conflitti finiscono presto, ma molti si trascinano per anni. Le trattative di pace della prima guerra mondiale, della Corea, del Vietnam o del conflitto israelo-egiziano richiesero tempi lunghissimi.Ferguson non esclude una vittoria americana, né il collasso del regime iraniano. Ma avverte che la strategia di strangolamento economico potrebbe trasformarsi in una guerra di logoramento globale, dove anche l’Occidente paga un prezzo e dove il fattore tempo potrebbe favorire proprio il nemico che Washington sperava di piegare in fretta.