Dubai, Emirati Arabi Uniti – Il rombo dei jet militari, che sorvolano il cielo di Dubai quasi ininterrottamente giorno e notte, è il rumore di fondo costante da quando l'Iran ha preso di mira i paesi dei Golfo. E al quale chi vive qui si sta abituando. Sono probabilmente i suoni la prima cosa che si impara sulla guerra e i cittadini libanesi, palestinesi, siriani o ucraini lo spiegano a noi occidentali: gli scoppi più forti sono quelli della contraerea che si attiva, le esplosioni più sorde le intercettazioni dei missili, il ronzio persistente quello dei droni.Le scuole sono chiuse, dopo la decisione del governo di anticipare le vacanze di Eid, che segnano la fine del Ramadan, e alcune zone di Dubai, quelle abitate dagli expat – così vengono chiamati abitualmente i cittadini più facoltosi – si stanno svuotando. Chi può, sta di fatto lasciando la città, almeno per un po'. Tra un allarme e l'altro, durante i quali lo spazio aereo viene chiuso, i voli delle compagnie di bandiera Emirates, Flydubai ed Etihad, partono. Altrimenti c'è la via dell'Oman: si passa il confine in automobile o in bus e si parte da Muscat, dove l'aeroporto lavora quasi a pieno regime e da dove decollano i voli di rimpatrio organizzati dalle diverse ambasciate.Ma non tutti sono liberi di farlo. Il Consolato filippino di Dubai sta informando i suoi cittadini che, se fanno richiesta per i voli di rimpatrio, non potranno più rientrare nel paese. “For good”, per sempre, è quello che si sono sentite dire le migliaia di collaboratrici domestiche che lavorano per le famiglie degli emiratini e degli expat. La fuga della manodopera a basso costo, proveniente per lo più dal Sudest asiatico, che costruisce e tiene in piedi Dubai e i suoi servizi, è un'eventualità che il governo teme.Chi sono le persone che non possono lasciare DubaiLa maggioranza della popolazione, composta per il 90% da stranieri provenienti da quasi 200 nazionalità, da qui non può andarsene. “Per alcuni vivere a Dubai è una scelta di vita. Per altri, no. Non tutti qui sono alla ricerca di brunch, beach club o di un sogno tax-free. Alcuni di noi sono qui perché il nostro lavoro è qui, perché le nostre famiglie dipendono da questo, perché andarsene non è semplice come prenotare un volo”, si legge in un post diventato virale su Instagram nei giorni scorsi.“Prima di giudicare perché le persone rimangono a Dubai durante i periodi difficili – commentano altri – ricordate che per molti, non è una questione di preferenze. È una questione di responsabilità”. Lasciare gli Emirati Arabi significa non solo rischiare di non poterci tornare mai più, ma anche non poter sostenere le proprie famiglie nei paesi di origine. “Se il governo ci dice che qui siamo al sicuro, significa che lo siamo. Non voglio andare via”, dice Vaneza, collaboratrice domestica delle Filippine che con il suo lavoro sostiene tutta la famiglia a Manila.Sonapur – che in lingua hindi vuol dire “città dell'oro” – è uno dei primi labour camp di Dubai. Alle porte della città, vicino al deserto, ospita operai edili indiani, pakistani, bengalesi. Con stipendi da 300-400 dollari al mese e un sistema di visti che li lega ai datori di lavoro (la kafala) tornare nei paesi d'origine non è un'opzione. I driver che lavorano per Talabat, Deliveroo o Noon per le consegne o i tassisti, bengalesi, pakistani, nepalesi, indiani, non hanno scelta. E continuano ad attraversare le strade di Dubai anche durante gli allarmi.Tra percezione di sicurezza e propagandaLa narrazione intorno a Dubai come città sicura, immune dai tumulti del Medio Oriente, all'estero sta crollando. L’imponenza del Burj Khalifa, che sovrasta la città, messaggio di invulnerabilità che il paese ha lanciato al mondo, vacilla. E per una città che ha fatto del suo brand uno dei motori di sviluppo non poteva che essere così. Dall'altra la calma ostentata degli sceicchi che pubblicano video mentre cenano al Dubai Mall e la retorica degli influencer tra spiagge e rooftop dei locali più alla moda che ripetono il loro mantra “Dubai è il luogo più sicuro al mondo in tempo di pace e, adesso, anche in tempo di guerra”. Ai quali si sono aggiunte, in questi ultimi giorni, anche le immagini diffuse dal governo dei jet e della contraerea che intercettano i missili. In una retorica di guerra e di forza che inizia a stridere con la quotidianità.Le giornate si somigliano tutte, sospese tra momenti di calma apparente e allarmi improvvisi che squillano sui telefonini: avvisano dell'intercettazione dei missili e invitano a trovare un rifugio sicuro, al chiuso e lontano dalle finestre. E ogni giorno si conclude allo stesso modo, con il bollettino che arriva poco prima della preghiera della sera e che comincia sempre con la stessa frase: “Le difese aeree degli Emirati Arabi Uniti hanno intercettato missili e droni, mentre le autorità continuano ad essere pienamente pronte a contrastare le minacce e a salvaguardare la sicurezza nazionale”.Poi il punto su quanti missili e quanti droni sono arrivati, quanti sono stati intercettati e quanti invece sono caduti sul territorio.Che non siano stati presi di mira solo obiettivi militari o americani nella regione, è stato chiaro fin dall'inizio. E la narrativa dei frammenti dei missili intercettati caduti per caso sulla città non ha retto per molto. Dubai è stata colpita anche nei suoi luoghi più iconici, quelli che hanno contribuito a creare la sua immagine nel mondo. Una scelta che, secondo la maggior parte degli analisti, segue una logica strategica precisa: spingere le petromonarchie del Golfo a esercitare pressioni su Washington affinché la guerra si concluda il prima possibile.Un conflitto può essere sostenibile per la popolazione?È vero, la difesa funziona. La contraerea emiratina – un sistema di difesa multistrato e integrato, principalmente basato su tecnologie statunitensi per l'alta quota e i sistemi Patriot per quote inferiori e per la difesa finale – intercetta oltre il 90% dei missili e droni che raggiungono il Paese. Ma la questione cruciale si sta spostando dalla capacità di intercettazione alla sostenibilità del conflitto. Le autorità rassicurano: “Il paese mantiene scorte strategiche di munizioni e artiglieria sufficienti per sostenere le operazioni di difesa aerea per lunghi periodi, indipendentemente dalla durata dell'escalation”, ha dichiarato il portavoce del ministero della Difesa, il maggior generale Abdulnasser Al Hammadi. Sostenuta dalla produzione di gruppi nazionali come EDGE Group, un conglomerato militare statale con sede ad Abu Dhabi, e dall'arrivo di nuove forniture di munizioni dalla Corea, precisano dal ministero.Garantire che i magazzini siano pieni significa anche mandare un messaggio per trattenere investimenti e capitali: il “modello Dubai” non crollerà per esaurimento scorte. Ma la carenza globale di munizioni, aggravata dal prolungarsi della guerra in Ucraina, è una realtà che in molti considerano concreta. Soprattutto se, come dichiarano Washington e Tel Aviv, non sarà un conflitto breve. L'interrogativo su chi prima possa finire le scorte – se i Paesi del Golfo o l'Iran – non rassicura.E anche il sonno della notte, per chi riesce a dormire, non è mai ristoratore. L'orecchio è teso e nei momenti in cui cala il silenzio, quando il rombo dei jet che presidiano la città scompare, per tutti trova spazio la paura.