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Dopo che l’Iran ha risposto all’attacco di Stati Uniti e Israele attaccando i paesi del Golfo, i social network si sono riempiti di video di influencer e imprenditori stranieri che vivono a Dubai che hanno difeso tenacemente la gestione della crisi da parte del governo degli Emirati Arabi Uniti. Il contrasto tra le esplosioni nei cieli sopra ai grattacieli avveniristici di Dubai e l’ostentazione di benessere e sicurezza trasmessa dai video ha riportato l’attenzione generale su una città che negli ultimi vent’anni si è costruita un immaginario di opulenza ed esclusività con pochi eguali nel mondo.

Se Dubai oggi è una città così ammirata e desiderata da tutta una categoria di imprenditori, professionisti e in generale persone ricche, è per via delle sue grandi opportunità di affari, per i suoi servizi e per i suoi lussi, ma anche per un sistema fiscale a tassazione zero e per una tolleranza verso le abitudini occidentali — come il consumo di alcol o la vita notturna — che è quasi unica nella regione. Queste possibilità non sono garantite solo grazie alle risorse petrolifere, ma anche da un enorme impiego di forza lavoro a basso costo proveniente soprattutto dai paesi dell’Asia meridionale, sottoposta a continui abusi e costretta a lavorare in condizioni assimilate dagli attivisti a una «moderna forma di schiavitù».