Non bisogna scegliere tra l’emergenza di oggi e il lento percorso della transizione, ma impedire che la prima renda apparentemente sacrificabile la seconda. È questo il pensiero dell’ex primo ministro Enrico Letta in uno dei periodi più delicati che sta affrontando l’Europa unita. Perché ogni crisi energetica, geopolitica o inflazionistica porta con sé la tentazione più antica da parte di chi governa: rinviare ciò che serve davvero, in nome di ciò che sembra più urgente o che porta consenso nel breve termine.L'Europa di domaniCome fare politica in un mondo sempre in emergenzaPerché l'Italia dovrebbe spingere per un mercato unico europeoNon c'è più un conflitto tra “ambiente” e “sviluppo” (o forse non c'è mai stato)La coerenza che fa notiziaAcqua e agricoltura al centro della trasformazioneCome fare politica in un mondo sempre in emergenzaIl problema è che, nel frattempo, l’urgenza è diventata una costante. La pandemia, la guerra in Ucraina, il nuovo shock mediorientale, la disponibilità e il costo dell’energia, la corsa globale all’intelligenza artificiale e l’accelerazione della crisi climatica non sono più episodi separati. Sono “stress test” – come li ha definiti Letta – che continuano a infierire sullo stesso corpo fragile: l’Europa. E quel corpo, ha spiegato l'ex premier durante l’evento Energia e adattamento climatico: nuove sfide per le imprese, organizzato da Intesa Sanpaolo il 13 maggio a Milano, non può più permettersi di rispondere in modo scoordinato per affrontare problemi che hanno una portata intercontinentale. L’incontro si è tenuto al Centro congressi della Fondazione Cariplo e ha messo insieme enti di ricerca, istituzioni, finanza e imprese, con due tavole rotonde dedicate ad adattamento climatico e transizione energetica.Il punto politico, nella ricostruzione di Letta, oggi presidente dell’Institut Jacques Delors, riguarda la necessità di tenere su percorsi separati le risposte di breve periodo da quelle di lungo periodo proprio perché se tutto diventa emergenza non resta più nessuna strategia. E senza strategia l’Europa continuerà a spendere per difendersi dalle crisi invece che investire per ridurne la frequenza, l’impatto e – ovviamente – il costo.La transizione energetica non è più un mero capitolo ambientale del grande bilancio della Terra, ma una questione di potere. Letta ha ricordato che l’Europa non può più proteggere i vecchi assetti nazionali come se rappresentassero ancora una forma di sovranità accettabile. La difesa del mix energetico in capo ai singoli Stati, pensata per tutelare interessi storici, come il nucleare francese, ha finito per impedire all’Unione europea di massimizzare la propria efficienza. L’esempio portato da Letta dei rigassificatori spagnoli, impossibilitati durante la crisi energetica del 2022 a servire via terra il resto del continente (in particolare Italia e Germania) per mancanza di accordi a causa delle resistenze francesi, ne è la dimostrazione evidente: l’infrastruttura c’era, ma era inutilizzabile perché la politica la teneva ferma al palo, anzi al confine.La nuova autonomia energetica europea, quindi, non può essere la somma di ventisette autonomie nazionali da proteggere. Deve passare da reti elettriche comuni, interconnessioni, stoccaggi, regole industriali condivise, mercati dei capitali più profondi e una capacità di investimento che non si fermi ai poteri accumulati nel corso del Novecento. Che oggi appare più che mai un secolo lontano dalle necessità di oggi, non solo temporalmente, ma anche strategicamente. È una tesi che Letta porta avanti da tempo anche attraverso il suo lavoro sul mercato unico europeo. Non c’è futuro per l’Europa come soggetto rilevante nello scacchiere globale se ogni Paese continua a difendere i propri “piccoli” interessi, mentre Stati Uniti e Cina costruiscono interi ecosistemi industriali.Perché l'Italia dovrebbe spingere per un mercato unico europeoL’Italia, dentro questo quadro, non ha nemmeno il lusso della nostalgia che possono provare altri paesi. Non ha il nucleare da difendere, non ha compiuto il salto spagnolo sulle rinnovabili, resta esposta alla dipendenza energetica e industriale più di altri. Proprio per questo, secondo Letta, dovrebbe essere tra i Paesi più interessati a spingere l’integrazione europea in chiave energetica, delle infrastrutture e della finanza. Non tanto e non solo per “generosità” o europeismo, ma per puro istinto di sopravvivenza economica.Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, Sara Agostoni, chief sustainability officer di Icam Cioccolato, e Anna Roscio di Intesa Sanpaolo