di Marco Giraudo
In occasione del Salone del Libro 2026 a Torino, si è concretizzato un bellissimo ricordo e una delicata riflessione su Cees Nooteboom, uno tra gli autori olandesi più premiati e tradotti al mondo, scomparso l’11 febbraio 2026. L’omaggio è stato organizzato dalla casa editrice Iperborea, presente ovviamente con il suo stand al SalTo 2026, che ha pubblicato nella versione italiana tutte le sue opere, in gran parte tradotte in modo magistrale da Fulvio Ferrari.
Nacque all’Aia nel 1933, quindi visse sulla propria pelle gli anni dolorosi dell’invasione nazista dell’Olanda e il trauma dei bombardamenti compiuti dalla Luftwaffe, la famigerata aviazione tedesca. A questi ricordi bui si aggiunse anche l’abbandono della famiglia da parte di suo padre Hubertus, morto poi nel 1945 a causa delle complicazioni di salute dovute ai bombardamenti. Questo passato pieno di cicatrici e ferite indelebili ha sicuramente portato Nooteboom ad autoalimentare la sua intensa passione dei viaggi, in quel “prism of movement” che lo ha portato ad appassionarsi alle culture e ai mondi più diversi.
In ogni suo scritto e racconto, la sua caratteristica principale fu la capacità di allontanarsi dal punto di partenza, ma sempre guardando da lontano alla sua cultura d’origine e alla sua lingua, l’olandese. Aveva una scrittura indecifrabile a tratti, con uno stile molto minuto e quasi geroglifico, soprattutto nella miriade di lettere che scrisse dai luoghi più disparati.










