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Il punto più basso della storia. E non per i risultati perché la Lazio ha giocato undici volte in Serie B e rischiato di fallire almeno tre volte senza dimenticare la stagione dei meno nove quando il club si ritrovò con un piede e mezzo in terza categoria. Partirono 40.000 laziali per gli spareggi di Napoli all’inizio di luglio del 1987 con quaranta gradi, c’era un popolo che l’amava a prescindere da tutto. Il 17 maggio del 2026 la sua gestione ha riscritto il vangelo dei tifosi, il vangelo secondo Claudio. Ha svuotato la curva Nord, il cuore pulsante della società, lì dove non ci sono drogati e prostitute ma c’è amore e passione. Un derby senza laziali, una macchia indelebile che però non ha scalfito le sue granitiche convinzioni quasi ci fosse ormai un’evidente dissociazione con la realtà.

La «comparsata» al tennis dopo un derby perso quando i tifosi distrutti parlavano da soli silenziando i telefonini dalle prese in giro degli odiati rivali cittadini. Poi una lunga intervista a Mediaset quasi parlasse da presidente arrivato alla Lazio qualche mese fa. Invece, il 19 luglio saranno 22 anni, dove al di là di una media da settimo posto ci sono stati sei trofei (tre Coppa Italia e tre Supercoppa), quattro partecipazioni alla Champions e dieci all’Europa League. Da sette anni, però, c’è la sensazione diffusa che il suo modo di fare calcio con pochi soldi tentando la fortuna ogni stagione e la moltiplicazione di pani e dei pesci, sia passato di moda. Dopo il covid un lento ridimensionamento con la sola eccezione del secondo posto del 2023 griffato da Sarri. L’ingresso dei fondi, dei capitali stranieri nel calcio ha reso meno concorrenziali i suoi piani di sviluppo semmai esistano davvero e non siano frutto solo di fortunate coincidenze. Saranno pure fantastiche le sue idee, forse rivoluzionarie (tutti pazzi gli altri?? Bah) ma si devono scontrare con una concorrenza in crescita: la Lazio è fuori dalle coppe da due stagioni, è un club ormai marginale in Italia.