A Claudio Lotito, che ha sette vite come i gatti, ne sa sempre una più del diavolo (cioè se stesso), stava quasi riuscendo l’ennesima giocata della sua carriera: alzare un trofeo in faccia ai suoi contestatori e qualificarsi all’Europa, nell’anno più difficile della sua gestione. Poi il calendario gli ha dato pure una seconda chance: negare la Champions ai rivali della Roma, che non avrebbe cambiato la classifica, ma sarebbe stata comunque una bella soddisfazione, abbastanza o quasi per salvare una stagione infausta. Invece in cinque giorni, la finale di Coppa Italia e il derby hanno smascherato il grande bluff di Lotito: la sua Lazio non aveva nulla in mano.
Contro l’Inter proprio non c’è stata partita: è vero che i nerazzurri hanno dimostrato di essere per distacco la squadra più forte della Serie A, ma il divario è stato imbarazzante per una finale, che infatti quasi non è sembrata tale. A quel punto, con la Roma, i giocatori avrebbero dovuto far ricorso a delle energie recondite, riassumibili nella parola orgoglio, senso di appartenenza. Ma come trovarle in uno stadio deserto, abbandonato dai propri stessi tifosi? Così i due obiettivi che potevano dare un senso qualsiasi all’annata biancoceleste sono sfumati uno dopo l’altro. Rimane la classifica, impietosa: la Lazio chiuderà al massimo nona e per la seconda volta di fila non giocherà le coppe europee. Non accadeva da 34 anni e probabilmente non è un caso.









