Giovedì scorso, 14 maggio, il ministro dell'agricoltura Francesco Lollobrigida ha risposto a un'interrogazione della Senatrice Naturale sul Disegno di legge 1552 di riforma della caccia.Tre aspetti, del breve intervento del ministro, meritano evidenza.
1) A occuparsi della questione è, appunto, il Ministro dell'Agricoltura e non quello dell'Ambiente, la qual cosa avviene dall'inizio della legislatura. In pratica, il Ministro dell'Agricoltura ha commissariato il Ministro dell'Ambiente in alcune materie tra cui la tutela della fauna, così come altri ministri lo hanno commissariato in altre. È lecito e doveroso chiedersi se l'Italia abbia un Ministro dell'Ambiente. Non è solo un fatto di politica e preferenze ma di giuramento sulla Costituzione. "Giuro di esercitare le mie funzioni nell'interesse esclusivo della Nazione."
2) Il Ministro dell'Agricoltura ha replicato all'interrogazione schiacciando l'intera vicenda della riforma della caccia sul tema dei danni da fauna, e affermando - mi spiace dirlo - la falsità che la riforma abbia a che fare con la soluzione del problema. Ebbene, il Ddl 1552 non riguarda assolutamente quel tema ma riguarda l'allungamento della stagione venatoria, l'aggiunta di specie cacciabili, il rilancio dei richiami vivi, il favore alle aziende venatorie eccetera. Cioè, temi di caccia "pura" e non di gestione della fauna. D'altra parte, nel corso degli anni, la legge italiana è stata oggetto di ripetute modifiche in fatto di gestione della fauna, tutte sostanzialmente fallite. E fallite perché? Beh, perché la natura non si gestisce con i fucili. La sola idea che la natura si possa gestire a fucilate è un'aberrazione della scienza, dell'ecologia e direi della logica, oltre che un gesto di notevole irresponsabilità.








