Nuova avventura per Enzo Coccia che con la sua arte è lanciatissimo alla conquista dell’America. Il noto pizzaiolo, patron de La Notizia 53, sono ormai anni che con la sua società di consulenza sta portando Napoli e i suoi sapori nel mondo. Ora, come detto, un nuovo progetto “a stelle e strisce” con l’apertura di un locale in una ex caserma dei vigli del fuoco non lontana da Atlanta. “Sto aiutando un noto imprenditore a mettere in piedi questo locale. La mia è solo una consulenza e l’attività non sarà legata al mio marchio”, precisa Coccia in un’intervista a NapoliToday.Tuttavia, ogni nuova creatura che nasce dalla sua esperienza lo rende orgoglioso e lo si capisce da come gli brillano gli occhi quando ne parla. Enzo Coccia non ha bisogno di presentazioni: per tutti è il maestro dei maestri, un vero e proprio ‘profeta’ della pizza napoletana. Nel corso degli anni, infatti, ha avuto modo di migliorare non solo se stesso, ma l’intero comparto pizza.“L’importanza del fenomeno pizza”“Nel 1989 mi sono associato all'associazione Vera Pizza e notavo che praticamente era un periodo di stasi, di fermo, dove si raccontavano storie del passato senza guardare avanti. Quindi, ho capito prima di tutti che la pizza poteva avere uno sviluppo, perché era un prodotto sì popolare, però poteva avere – appunto - uno sviluppo. Quindi mi sono trovato a cavallo di questa rivoluzione, di questo movimento. Inizialmente sbagliammo anche strada, ma successivamente incominciammo a ragionare con le istituzioni, con il CNR, con l'università, e mi ritrovai coinvolto nella nascita di un disciplinare, di normative in materia”, ha raccontato.“Dopo questo percorso, però, l’associazione mi andava stretta e quindi nel 2000 ho aperto una mia società che si chiama Pizza Consulting. Compresi l'importanza del fenomeno pizza, compresi che la pizza non è solo di quartiere, non è solo una questione di concorrenza all'interno di una città, ma è qualcosa che allarga gli orizzonti anche oltre i confini italiani. A quel tempo sono state aperte anche tante catene, ma non si aveva come punto di riferimento la stella polare della qualità”, continua Coccia.“Lo Stato non ci riconosce”Il suo percorso non lo ha mai portato a tradire quella che definisce la “vecchia pizza”, valorizzata – però – puntando su ingredienti di qualità come la mozzarella di bufala “che per molti era un sacrilegio”. Forse è stata proprio questa la chiave di questa grande crescita, ma “molto c’è ancora da fare”. “Basti pensare – spiega Coccia - che non esiste un istituto alberghiero dove tu fai scuola di pizza, non abbiamo una letteratura scolastica, lo Stato non ci riconosce come pizzaioli con un contratto nazionale. Mi sono sempre impegnato, personalmente, per portare la nostra arte nel mondo non solo dal punto di vista tecnico ma anche culturale e scientifico”.“La domanda che mi sono fatto all’epoca è stata: posso fare un prodotto popolare di qualità? Ho detto: sì, lo posso fare, basta cambiare gli ingredienti, basta cambiare lievitazione e utilizzare la tecnica tradizionale napoletana. Con questo cambio di rotta siamo stati i pionieri di tutte le pizze che sono venute dopo: la pizza gourmet, la pizza alla pala, la pizza tonda, è tutta una serie di altre tipologie. Penso che possano tranquillamente esistere altre tipologie di pizze differenti dalla napoletana, purché siano di qualità. Ci sono delle pizze napoletane che sono pessime, ma ci sono anche delle pizze come quella in teglia, alla pala… che sono eccellenti”, sostiene.“Così proponiamo la nostra cultura”Ed è su questa eccellenza che gira tutta la sua attività di consulenza, partita nel 2004. “Parliamo di progetti molto onerosi: bisogna investire sulla location, sull’importazione di prodotti di qualità, sulla formazione dei pizzaioli, ma anche dei camerieri che devono sapere raccontare quello che tu proponi. Quest’ultimo progetto americano al quale sto lavorando verrà sviluppato in una ex caserma dei vigili del fuoco acquistata all’asta. Si chiamerà ‘Incendio’ e si trova a circa 200 Km da Atlanta. Parliamo di un locale di 400-500 metri quadrati a due livelli con un giardino fuori di 5000 metri quadrati”, racconta.“La prima fase è la progettazione degli spazi e quella del menù. Poi, si vanno a recuperare le attrezzature necessarie, prima di procedere con la ristrutturazione. In seguito si passa alla formazione e, infine, si va – diciamo così – a valutare se tutto è a posto, se tutto è venuto così come è stato pensato, se anche la formazione ha dato i frutti sperati. Le persone vogliono la nostra pizza. Questo locale è una scommessa, una bella scommessa che ci permette ancora una volta di proporre la nostra storia, la nostra cultura dall’altra parte del mondo”, spiega.In chiusura, quando gli chiediamo se è più facile formare uno straniero, non ha dubbi: “È più facile formare uno straniero ‘vergine’ che non un pizzaiolo al quale devi correggere gli errori. Se tu mi prendi un pizzaiolo del Veneto che ha sempre fatto pizza con mattarello e io devo fare pizza napoletana è una cosa impossibile. Certamente è come un bambino, lo devi tenere prima in piedi, poi gli devi far fare i primi passi, poi lo fai camminare e poi devi vedere se riesce a correre”.