«Stiamo cercando di cambiare un sistema». Ci sembra questo il passaggio più significativo della conferenza stampa in cui il presidente della Regione Decaro ha svelato l’arcano del preannunciato aumento delle tasse per coprire il buco della sanità.

Per sostanziarlo, forse, sarebbe stato meglio spendere una parola in più sugli sprechi, dedicare un passaggio alle ricette a più non posso sfornate dai medici di base che fanno schizzare la spesa farmaceutica, dare un cenno al mercato delle protesi che in Puglia ha i prezzi più stellari d’Italia, o far volgere un’occhiata ai mille rivoli in cui si sono dispersi i fondi Pnrr per le case di comunità, rimaste sulle mappe dei progettisti. Per non parlare dei punti di primo intervento diventati come i Cpr in Albania: dovevano andarci tutti i pazienti che intasano i Pronto soccorso degli ospedali (come i migranti irregolari secondo il piano Meloni) e oggi sono ancora un deserto, mentre gli ospedali scoppiano. Ecco, invece tutto il problema del servizio sanitario pugliese - in estrema sintesi - si riassume in una parola: le tasse.

Ora, la bacchetta magica non ce l’ha nessuno e Decaro non è mago Merlino. Ma se è un problema di «sistema» e non solo di «buco» nei conti, è forse da lì che bisogna partire. E invece, come prevede la legge e come accade ormai dagli anni ‘70, da quando cioè sono nate le Regioni e il servizio sanitario nazionale si è affidato a loro passando da un piano di rientro qui a un commissariamento lì, il rimedio al «sistema» che il presidente di Regione di turno ha a disposizione è sempre lo stesso: la leva delle tasse. Paghino tutti di più per il «sistema», anche se non sarà pagando più tasse che lo si farà funzionare meglio.