“Spiegare la guerra solo con la geopolitica è come spiegare il cambiamento climatico con il meteo”. Nicola Lagioia, scrittore e già direttore del Salone del Libro di Torino dal 2017 al 2023, rilegge la guerra come “malattia della specie“, con un percorso che intreccia storia e letteratura, “da Omero a Elsa Morante”. Senza nulla togliere a contesti, interessi, alleanze e rapporti di forza, dietro la guerra c’è qualcosa di più antico: “L’attitudine specificamente umana a organizzare la violenza collettiva”. A margine dell’incontro, Lagioia contesta quello che definisce “determinismo” della guerra: l’idea che, accaduto un fatto, la conseguenza inevitabile sia il conflitto. “Lo trovo osceno“, dice. Il Novecento, con il “doppio suicidio d’Europa” delle due guerre mondiali, non è bastato a far capire che la guerra non è il male minore, ma “il sommo male“. E quando si comincia a parlare di guerra giusta, avverte, il passo successivo è spesso la guerra santa, con Dio arruolato dalla propria parte: dalla formula “Gott mit uns” della Wehrmacht a Trump.
La letteratura serve a spostare lo sguardo. Nell’epica omerica, la guerra di Troia nasce da una causa apparentemente futile, il rapimento di Elena. Ma dietro quel gesto ci sono ferita simbolica, prestigio, possesso, dominio. Nel racconto teologico-simbolico della Genesi, Caino uccide Abele non per sopravvivere, ma per frustrazione, rivalità, riconoscimento negato. La violenza non appare più come necessità: diventa una scelta.










