“I social sono pieni di fake news esattamente come i media tradizionali. Ma, a differenza dei media tradizionali, non vanno tutte nella stessa direzione”. Marco Travaglio presenta così, domenica 17 maggio al Salone del Libro di Torino, l’incontro “Si vis bellum, spara balle. Dalle guerre al referendum“. Il bersaglio è il racconto pubblico delle guerre, ma anche quello della giustizia: propaganda, mezze verità, campagne costruite per orientare opinione pubblica e scelte politiche.
Il primo terreno è l’Ucraina. Per il direttore del Fatto Quotidiano, chi in questi anni ha sostenuto la necessità di un negoziato con la Russia è stato bollato come “putiniano” e inserito in “liste di proscrizione”. Ora, dice, molti arrivano alla stessa conclusione: “Bisognerà parlare con la Russia perché purtroppo Putin non è morto”. Si sarebbe potuto farlo prima, aggiunge, “per ragioni nobili che si chiamano pace, disarmo, dialogo, sicurezza reciproca, diplomazia”. Invece, secondo la sua lettura, ci si arriverà per una ragione meno nobile: “Perché altrimenti non si accende il condizionatore“.
Nel mirino entra anche il riarmo europeo. Travaglio contesta l’idea che l’Europa debba spendere decine di miliardi in più in armamenti “contro chi non si sa”, mentre gli Stati Uniti di Donald Trump si allontanano dal continente. Un’occasione, sostiene, per smettere di combattere “i nemici degli americani”. La responsabilità, nella sua ricostruzione, ricade sulle classi dirigenti europee, sul regime russo che ha invaso l’Ucraina e sul governo ucraino, “che noi abbiamo aiutato a sbagliare, aiutandolo con le armi anziché con la diplomazia”.







