“Quando sento i TG italiani parlare della Libia mi si accappona la pelle”. Lo spiega Nancy Porsia, giornalista indipendente, nell’incontro sulla “narrazione della guerra” organizzato dal mensile MillenniuM al Salone del Libro di Torino 2025. “In un’epoca in cui foto e notizie di guerra circolano in tempo reale, qual è il ruolo del fotogiornalismo indipendente?” è l’interrogativo che struttura l’incontro. Ed è Mario Portanova, caporedattore e responsabile del mensile del FattoQuotidiano a rivolgersi senza troppi preamboli ai suoi ospiti; Porsia e il fotografo di guerra Alfredo Bosco. “Voi andate lì, vedete quello che succede, lo riportate, tornate in Italia e vedete la guerra raccontata nei talk. Vi riconoscete in quei racconti?”, si chiede Portanova.

“Rispetto alle situazioni che conosco e seguo sul campo, tra Africa e Medio Oriente, quando vedo i TG e leggo i giornali mainstream mi si accappona la pelle”, esordisce l’autrice di Mal di Libia (Bompiani). “In Italia paghiamo lo scotto di una scarsissima cultura nel settore “esteri”. Viviamo in una sorta di bolla: quello che succede in Italia fa notizia, quello che succede fuori no. Non solo la dimensione della guerra non appartiene agli under 40 se non per la guerra in Ucraina, divenuta una visione voyeuristica perché alle porte di casa. Ma è il giornalismo mainstream a vivere di autocensura e omologazione. Ci sono gli stessi identici colleghi a coprire in contemporanea, che so, Ucraina, Gaza e la qualunque”.