Non basta un buono stipendio: una ricerca internazionale realizzata dall’istituto di sondaggi Gad3 fotografa una generazione per la quale il rispetto della vita privata, la salute mentale e la coerenza valoriale sono requisiti irrinunciabile per accettare qualsiasi posto di lavoro
Il 48% dei giovani lascerebbe un buono stipendio in cambio di una vita privata più serena e il 25% lo farebbe nel caso in cui i valori dell’azienda non dovessero coincidere con i propri. Secondo la ricerca Footprints. Young People: Expectations, Ideals, Beliefs, condotta dall’istituto Gad3 su oltre 9mila giovani tra i 18 e i 29 anni in nove Paesi (Argentina, Brasile, Filippine, Italia, Kenya, Messico, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti), il contratto fra il lavoratore e il datore di lavoro sta diventando sempre più complesso. Le nuove leve, infatti, non sono più disposte ad accettare compromessi sul proprio benessere. Si tratta di un lusso generazionale o della reazione a una produttività senza confini?
In sociologia si parla di «stipendio emotivo», cioè dell’insieme di benefici non economici ai quali è diventato sempre più difficile rinunciare sul posto di lavoro. Sorprende, ma lo smart working non è fra i primi: secondo la ricerca, infatti, solo il 10% dei giovani darebbe le dimissioni se questo diritto non fosse garantito. Pesano molto di più il riposo, la coerenza valoriale e la soddisfazione personale: il 90% degli intervistati dichiara che il tempo per il riposo è essenziale per il proprio benessere psico-fisico (pur facendo fatica a ottenerlo), mentre il 25% sostiene darebbe le dimissioni per ragioni etiche e solo il 27% si definisce felice in mancanza di una chiara vocazione professionale.









