La Generazione Z potrebbe essere la prima della storia ad avere un quoziente intellettivo inferiore a quello dimostrato dalla precedente. Il declino, misurato con alcuni esperimenti, è di 2-4 punti. Lo ha sostenuto, di fronte a un Congresso americano attonito, il neuroscienziato Jared Horvath: sottolineando l’inversione di tendenza rispetto all’Effetto Flynn (che per oltre un secolo ha visto i punteggi dei test del QI aumentare costantemente di circa 3 punti per decennio) ha aperto un grande dibattito tra esperti e addetti ai lavori.

Ma che cosa è successo davvero alla Gen Z? Di certo c’è che mentre i nati dal 1997 al 2012 crescevano, attorno a loro si diffondevano capillarmente smartphone, tablet e social network. “C’è sicuramente una correlazione tra il loro utilizzo, la salute mentale e la diminuzione delle capacità cognitive dei giovani, ma gli studi condotti finora non hanno ancora stabilito con certezza piena il rapporto di causa-effetto”, spiega Giuseppe Riva, docente e direttore dello Human Technology Lab dell’Università Cattolica di Milano e autore del saggio Crescere connessi (il Mulino). Significa che altri fattori potrebbero incidere sul presunto istupidimento (in inglese brain rot), per esempio l’incertezza economica iniziata con la crisi del 2008 e l’emergenza ambientale. Da anni, però, i social sono i maggiori imputati. Perché espongono gli adolescenti anche a cyberbullismo, pornografia, violenza e molestie online.