Ebbene sì, lo confesso. Più che un sussulto, mi ha strappato un sorriso l’appello dei sessanta filosofi che ha campeggiato per giorni sulla prima pagina di Repubblica contro la bozza in discussione delle nuove Indicazioni Nazionali per l’insegnamento della filosofia. Un testo, quello dell’appello, involontariamente comico nel denunciare la presunta «politicizzazione» della sottocommissione, prontamente sponsorizzato dal sostegno pubblico della deputata del Partito Democratico Cecilia D’Elia.

È il solito paradosso italiano: chi grida all’ideologia raramente si accorge della propria. E allora, a beneficio dei lettori, richiamo rapidamente i termini della vicenda. L’appello dipinge la riforma delle Indicazioni per i licei come un oscuro tentativo di egemonia culturale del governo in carica. Ma basta leggere la replica dei coordinatori della sottocommissione, Adriano Fabris e Massimo Mugnai, per scoprire una realtà assai meno drammatica: pluralismo culturale, confronto con le società filosofiche, dibattito pubblico aperto, consultazioni in corso. Insomma, il normale lavoro, perfettamente discutibile, come è il lavoro di ogni riforma, di una commissione ministeriale. Eppure no: si preferisce subito trasformare tutto in uno scontro morale e politico. Perché in Italia la scuola non può mai essere semplicemente scuola. Deve diventare una trincea simbolica. Ogni programma scolastico viene trattato come se decidesse il destino della civiltà occidentale. La filosofia poi, figuriamoci.