Oggi le sue battaglie sono diventate slogan e il radicale che paga con il corpo non fa più notizia

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Cattolica, 1959. Un albergo qualunque sull'Adriatico, una stanza, un uomo di ventinove anni che si taglia le vene e aspetta. Lo trova Franco Roccella in un lago di sangue, dirà poi che non era una messinscena, era un disperato rifiuto di sé. Marco Pannella prima di essere Marco Pannella è questo, un suicidio mancato a Cattolica, un sì che diventa no e torna sì grazie a un amico che apre una porta al momento giusto. Da lì in poi tutto il resto è variazione su quel tema. Le cicatrici ai polsi le mostrerà a pochi, a Giovanni Negri molti anni dopo, e gli dirà una frase che da sola spiega sessant'anni di digiuni. "Amo troppo la vita per avere paura della morte". Da ragazzo a Teramo si era atteggiato a poeta, si sentiva Rimbaud scamiciato, con le suole di vento, con la voglia di vivere la sua stagione all'inferno e di far deragliare tutti i sensi. A Cattolica all'inferno c'era andato sul serio, e per fortuna ne era tornato. Dieci anni che non c'è. È morto il 19 maggio 2016 e c'è un vuoto che non si riesce a colmare. Il garantismo è diventato uno slogan tattico che cambia padrone a ogni inchiesta, il diritto è diventato un'opinione, la giustizia uno strumento di arte varia, e Pannella non c'è più a fare il tafano. Era questo, in fondo. Un gadfly, come l'ha definito un giornale straniero, e gadfly è parola greca prima ancora che inglese. Tafano. Era il soprannome di Socrate, il moscone che pungola la città addormentata e che la città per ringraziarlo condanna a morte. Pannella la condanna se l'è autoinflitta, in forma di digiuno, ogni volta che la città gli faceva orecchie da mercante.