di Laura Ruzzante

Cala il sipario sulla settantesima edizione dell’Eurovision Song Contest, un baraccone che quest’anno ha fuso geopolitica, rancori transfrontalieri e miracoli acustici. Partiamo dalle buone notizie: le canzoni sono state eseguite decisamente meglio rispetto alle semifinali. Nessun dramma, nessuna ecatombe melodica; i beagle dei vicini sono ufficialmente salvi e hanno potuto godersi la serata in santa pace. Ma per il resto, si è applicata la più classica delle regole vaticane: chi entra Papa, esce cardinale.

Il miracolo di Sofia e i fischi a Tel Aviv

I pronostici della vigilia, che vedevano i metallari serbi, i folcloristi croati e soprattutto l’armata finlandese pronti a giocarsi lo scettro, sono stati polverizzati dal trionfo della Bulgaria. In un’edizione letteralmente dominata dalle chitarre distorte e dal rock-metal più intransigente, a vincere è stato… un brano reggaeton. E fin qui, de gustibus. Il problema è che si tratta di un pezzo di una rara, indiscutibile e oggettiva bruttezza. Una di quelle canzoni che tra tre mesi balleremo in spiaggia nei peggiori lidi di Ostia, maledicendo il giorno in cui è stata scritta.

Eppure, la bruttezza bulgara ha avuto un merito storico, quasi catartico: ha scalzato dal gradino più alto del podio Israele, che si è dovuto accontentare della medaglia d’argento. Quando il voto del pubblico (quel televoto che già in semifinale sembrava miracolosamente premonitore) ha proiettato la delegazione israeliana momentaneamente in testa, l’arena è stata investita da una tempesta di fischi e dissensi che nemmeno un discorso di un politico in una piazza svuotata. Ma la democrazia pop ha i suoi algoritmi, e la Bulgaria è riuscita a fare quello che la diplomazia internazionale non è capace di fare: mettere d’accordo tutti per evitare il peggio.