di Laura Ruzzante

Benvenuti alla settantesima edizione dell’Eurovision Song Contest, la kermesse dove il cattivo gusto incontra la geopolitica in un’esplosione di coriandoli che, quest’anno, hanno il retrogusto amaro del fosforo bianco e del “tutti a casa”. Se pensavate che l’edizione precedente fosse stata turbolenta, quella del 2026 fa sembrare le contestazioni passate una timida rissa condominiale.

La Grande Fuga: quando il ritiro è l’unica coreografia possibile

Mentre gli organizzatori sognavano una parata di compleanno memorabile, hanno ottenuto un esodo biblico. Dopo la conferma della partecipazione israeliana, l’Eurovision si è trasformato in un “si salvi chi può” istituzionale. Irlanda, Islanda, Paesi Bassi e Spagna hanno sventolato bandiera bianca (o meglio, hanno sventolato il dito medio) e si sono ritirate.

La defezione della Spagna è il vero colpo di scena: una delle “Big Five” (insieme a Francia, Germania, Italia e Regno Unito), quella che storicamente finanzia il baraccone, ha preferito il silenzio al palcoscenico. E per non rischiare che qualcuno si sintonizzasse per sbaglio tra una replica di una soap turca e l’altra, Spagna, Slovenia e Irlanda hanno deciso di non trasmettere nemmeno l’evento. Un blackout punitivo che trasforma la finale in un circolo privato per pochi intimi. Il tocco di classe, quello che piace ai nostalgici del gesto eclatante, lo hanno dato Nemo e Charlie McGettigan. Vincitori rispettivamente del 2024 e del 1994, hanno restituito il trofeo. Un po’ come dire: “Tenetevi pure il microfono di cristallo, che noi preferiamo la dignità”.