Cinque Paesi boicottano il concorso per la partecipazione di Israele: dalle tensioni su Gaza ai precedenti storici, la musica torna a intrecciarsi con la geopolitica
Oggi prende il via a Vienna l’Eurovision Song Contest, la competizione musicale più seguita d’Europa. Ma mai come quest’anno il festival si trova al centro di tensioni politiche e polemiche internazionali. L’edizione 2026 è infatti una delle più contestate e boicottate degli ultimi anni: cinque Paesi hanno deciso di non partecipare in segno di protesta contro la presenza di Israele nel concorso. Si tratta di Spagna, Paesi Bassi, Irlanda, Slovenia e Islanda. Una scelta particolarmente significativa perché tra questi figurano alcuni dei principali sostenitori storici dell’evento, sia dal punto di vista economico sia da quello culturale. Le polemiche nascono dal fatto che Israele è stato ammesso alla competizione nonostante la guerra in corso a Gaza, mentre la Russia è stata esclusa dall’Eurovision subito dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Una differenza di trattamento che ha acceso il dibattito sull’imparzialità dell’European Broadcasting Union (EBU), l’organizzazione che gestisce il festival. Ma quello tra Eurovision e politica è un rapporto che esiste praticamente fin dalla nascita del festival e nel corso dei decenni diversi Paesi hanno scelto di ritirarsi.













