Photo by Christian Bruna/Getty Images

Con la prima semifinale andata in onda ieri da Vienna, l’Eurovision Song Contest 2026 è ufficialmente iniziato. E, come ogni anno, dietro le luci, i ledwall e le coreografie pensate al millimetro, si muove una macchina economica che ha poco a che fare con la musica in senso stretto e molto, invece, con turismo, branding urbano e conti pubblici.

L’Italia è in gara con Sal Da Vinci e Per sempre sì, in un contesto dove la competizione è ormai globale non solo per la musica, ma per la capacità di un evento di generare ritorni economici misurabili. Perché l’Eurovision oggi è questo: uno show televisivo che funziona come un grande investimento a breve termine con effetti a medio-lungo raggio.

Per l’edizione 2026 dell’Eurovision Song Contest, le stime parlano di circa 36 milioni di euro complessivi di costi. Dentro ci sono i contributi dell’Ebu, della televisione pubblica austriaca Orf e della città di Vienna.

La cifra, se presa da sola, può sembrare alta, ma l’Eurovision non ha un singolo centro di costo. È una somma di micro-budget che vanno dalla sicurezza alla costruzione delle fan zone, dalla produzione televisiva alla gestione di flussi turistici che, per due settimane, trasformano una città intera: l’Eurovision Village, gli spazi per la stampa, gli eventi paralleli, le hospitality per sponsor e delegazioni. È qui che si concentra una parte importante della spesa, meno visibile ma decisiva.