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Andrea Laffranchi, inviato

Cori di «stop al genocidio» contro il concorrente Noam Bettan. Ovazioni per Sal Da Vinci

VIENNA Euro-trash e melodia pop. Amore e nazionalismi. Abiti fantasy e tutine da fantascienza. Intrattenimento queer e geopolitica. L’Eurovision Song Contest ha la sua coerenza nel non avere coerenza. Ieri prima semifinale: quindici Paesi in gara, dieci sono passati alla finale di sabato. Ovviamente i favoriti Finlandia e Grecia. Si qualifica anche Israele nonostante le contestazioni in sala (e in piazza). Dentro anche Belgio, Svezia, Moldavia, Serbia, Croazia, Lituania. Niente da fare per San Marino e Senhit nonostante Boy George, Estonia, Georgia, Montenegro e Portogallo. Domani la seconda semifinale e sabato (su Rai1) la finale.

Eurovision prova in tutti i modi a comunicare unità e inclusione, a partire dallo slogan «United by music». Il video di apertura della serata, ad esempio, racconta la storia di un ragazzino che segue l’Eurovision dal 1956, da prima appiccicato alla vetrina di un negozio di elettrodomestici, poi sul divano con amico che si scopre essere il suo compagno di vita, e infine in quel salotto, maglioncione e capelli grigi, resta solo con i suoi ricordi. La scena arriva sul palco della Wiener Stadhalle. L’uomo è al pianoforte e lo raggiunge un messaggio: «Non sarai mai solo con Eurovision».