È solitamente associato all’universo femminile, eppure il make-up fa parte di tutti quegli ornamenti che il genere maschile ha abbandonato in tempi relativamente recenti per aderire a un modello di virilità culturalmente accettato. Eppure colorare il volto è una pratica antichissima che oggi definiremmo genderless, e riflette una sorta di esigenza ancestrale: quella di decorarsi per comunicare potere, appartenenza e vanità.
È da questo presupposto che prende forma Warpaint, il nuovo volume della casa editrice Gestalten firmato dal giornalista britannico Josh Sims, un’indagine visiva e saggistica che attraversa i secoli per raccontare una storia spesso rimossa, quella del trucco maschile. Il libro si presenta come un ricco volume fotografico, costruito attorno a una sequenza di immagini potenti e suggestive che dialogano con il testo. Warpaint è una lente critica sulla costruzione dell’identità maschile. Dalle tribù antiche ai red carpet contemporanei, il trucco emerge nel racconto di Sims come linguaggio sociale e politico, capace di rendere visibile (o invisibile) chi lo indossa.
Come suggerisce il titolo, la guerra è il punto di partenza della narrazione: i pigmenti naturali usati dai popoli ancestrali non erano semplici decorazioni, ma vere e proprie armi psicologiche, che servivano a intimidire, distinguere alleati e nemici, evocare poteri sovrannaturali. Una pratica che riecheggia ancora oggi nei volti dipinti dei tifosi o nelle estetiche aggressive di alcune sottoculture urbane.









