All’indomani della scia di violenza che ha sconvolto il centro di Modena, nel governo è emersa una profonda faglia politica: da un lato il rispetto dei ruoli e la sobrietà istituzionale, dall’altro la tentazione di trasformare un trauma collettivo in strumento di propaganda.

Si sono così contrapposti l’approccio cauto e ancorato ai fatti di Giorgia Meloni e Antonio Tajani alla corsa solitaria e identitaria di Matteo Salvini.

L’episodio risale al pomeriggio di sabato 16 maggio 2026, quando Salim El Koudri, 31 anni, ha travolto i passanti con l’auto, causando otto feriti (quattro in condizioni gravi, con due amputazioni) e ha poi accoltellato un uomo intervenuto per fermarlo. Escluse sin dalle prime ore matrici terroristiche, ha preso corpo l’ipotesi di un grave disagio psichiatrico.

Dinanzi a un fatto di tale gravità, una parte del vertice dello Stato ha scelto un’inedita prudenza. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha mantenuto un “profilo istituzionale netto”: si è recata negli ospedali insieme al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, evitando fughe in avanti o l’uso immediato e strumentale della vicenda.

Sulla medesima linea Antonio Tajani, che ha espresso una ferma condanna introducendo un “elemento di realtà” nel dibattito: l’autore dell’attacco è un cittadino italiano nato a Bergamo, non un immigrato titolare di permesso di soggiorno.