Nel giorno della festa nerazzurra, il tecnico che ha vinto scudetto e Coppa Italia racconta un altro modo di guidare: meno protagonismo, più gruppo
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C’è un’immagine che forse più di tutte racconta Cristian Chivu e la stagione dell’Inter. Il giorno della vittoria dello scudetto dopo la vittoria sul Parma, a San Siro, mentre intorno esplodeva la festa e i giocatori si prendevano l’abbraccio del pubblico, lui stava in disparte, quasi ai margini della scena, lasciando che fossero altri a prendersi i riflettori. E anche quando la squadra lo ha trascinato sotto la curva, sollevandolo nel cuore della festa nerazzurra, il suo gesto è stato immediato: indicare i giocatori, come a dire che il merito fosse soprattutto loro. In quell’istante c’è forse il riassunto più fedele dell’Inter di Chivu. Non soltanto una squadra che ha vinto, ma un gruppo che è stato tenuto insieme da un allenatore capace di restare un passo indietro. In un calcio che spesso esalta il personaggio, il tecnico che occupa la scena e trasforma ogni successo in una firma personale, Chivu ha scelto un’altra postura: meno io, più noi. Alla prima stagione sulla panchina nerazzurra, il risultato è stato uno scudetto e una Coppa Italia. Ma il tratto più interessante, anche fuori dal campo, è forse proprio questo: il modo in cui Chivu ha interpretato il ruolo. Non da uomo solo al comando, non da allenatore-star, ma da figura che ha rimesso il gruppo al centro, facendo della discrezione una forma di autorevolezza.












