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Ultimo aggiornamento: 12:14

“La responsabilità me la prendo tutta. Ho l’Inter nel cuore, voglio ridare indietro qualcosa di importante”. Parola di Cristian Chivu. Tono fermo, quasi a voler placare in anticipo lo scetticismo introno ai nerazzurri. La finale di Champions col Psg è una ferita ancora aperta, ma la Serie A 2025/26 è ormai alle porte. Per l’allenatore romeno, alla prima stagione su una grande panchina, le sfide sono numerose. E tutt’altro che banali.

Il primo ostacolo: l’eredità tecnica di Simone Inzaghi. Con il piacentino, l’Inter ha conquistato sei trofei in quattro stagioni. A questi vanno aggiunte le due finali di Champions League raggiunte negli ultimi tre anni. Merito di un’identità tattica fortissima. Una squadra riconoscibile, affiatata ed efficace. “Il gruppo è solido – ammise Chivu nella conferenza d’inizio stagione –. Ripartiamo per rimanere competitivi. Le aspettative sono le stesse, ma la mia Inter sarà più ibrida e imprevedibile”. Cambiare senza disorientare, innovare senza destabilizzare. E soprattutto vincere. Un’impresa molto complicata attende l’eroe del Triplete.

Chivu dovrà anche gestire uno spogliatoio che quest’estate si è ritrovato a vivere delle frizioni interne. Su tutte, il rimprovero pubblico di Lautaro a Calhanoglu post eliminazione al Mondiale per Club. Il caso è ormai rientrato. I due si sono chiariti, ed è molto probabile che dietro la riappacificazione ci sia stata anche la mano di Chivu. “Chiedo rispetto per i compagni, per se stessi e per la società. Io voglio capire i miei calciatori. A volte ci si dimentica del fatto che sono persone e, come tutti, hanno dei problemi. Credo molto nella comunicazione, mi piace questo modo di lavorare e vivere”. E nei suoi primi mesi sulla panchina dell’Inter, forse è proprio questo l’aspetto che è stato apprezzato di più: le sue doti comunicative, quelle in cui Inzaghi non eccelleva. D’altro canto, l’ex allenatore nerazzurro godeva certo di maggior esperienza.